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Addio a Armstrong, primo sulla Luna

E' morto Neil Armstrong, primo uomo a scendere sulla Luna. Aveva 82 anni. Ex boy scout, pilota della Marina, veterano della guerra di Corea. Ritratto dell'uomo e dell'astronauta (VIDEO)


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Neil Armstrong, il primo ''moonwalker'', ovvero il primo uomo ad aver messo piede sulla Luna, è morto. Aveva 82 anni. Ai primi di agosto era stato sottoposto a un'operazione al cuore per l'impianto di bypass, e il suo decorso post-operatorio stava procedendo bene. Ecco il video originale della Nasa che documenta il momento in cui Armstrong il 20 luglio 1969 tocca il suolo lunare:




Il suo spirito pionieristico lo ha portato a compiere quello che lui stesso definì '"un piccolo passo per un uomo, un grande balzo per l'umanità"
, quando, come comandante della storica missione Apollo 11, il 20 luglio del 1969, scese per primo sulla Luna dalla scaletta del modulo "Lem". In questo secondo video, l'intervista che Neil Armstrong diede alla BBC nel 1970, un anno dopo la missione dell'Apollo 11. Nell'intervista racconta l'impresa dal punto di vista tecnologico e le sensazioni provate sul suolo lunare:




L'ex astronauta viveva con la moglie nei pressi di Cincinnati. La storica impronta del piede di Armstrong impressa nel pulviscolo della superficie lunare è con ogni probabilità ancora lassù. E come afferma la Nasa nel suo sito web (www.nasa.org) ''potrebbe rimanerci per un milione di anni'', perche' ''sulla Luna non ci sono venti che possano spazzarla via''.

                                                                                                        


                                                                               (a cura di Pino Pignatta)

Diciamolo subito: Neil Armstrong è stato il primo uomo a posare il piede sulla Luna non perché più capace o più esperto degli altri astronauti del programma Apollo, ma per una serie di eventi. Solo la rotazione fra gli equipaggi e il successo delle precedenti missioni hanno fatto sì che fosse questo 38enne dell'Ohio a comandare l'Apollo 11, a pilotare il modulo lunare Eagle, cioè Aquila, nella sua discesa sulla superficie del Mare della Tranquillità e ancora a calpestarne per primo di suolo, seguito dopo pochi minuti dal compagno Buzz Aldrin. Ma se è stato il caso a scegliere, ebbene, non poteva fare una scelta migliore. Nessuno, probabilmente, era più indicato di lui, così taciturno, così riservato, così estraneo al palcoscenico mediatico a diventare il primo uomo a calcare un altro corpo celeste. A scoprirsi improvvisamente il personaggio più celebre del mondo.

Ex boy scout, pilota della Marina, veterano della guerra di Corea, pilota collaudatore civile dell'aerorazzo X-15, Armstrong quando fu designato comandante dell'Apollo 11 aveva appena poche ore di volo spaziale. E fra i suoi colleghi c'erano veterani dell'esperienza e del prestigio di Charles "Pete" Conrad, di Frank Borman o di Jim Lovell, il futuro comandante dell'Apollo 13. Eppure aveva già dato modo di dimostrare il suo valore a bordo della Gemini 8, gestendo alla perfezione la più grave emergenza mai affrontata da una navicella spaziale americana: quando, per un guasto al sistema di controllo dell'assetto, la capsula aveva preso a girare come una trottola impazzita e Armstrong era riuscito a stabilizzarla e a riportarla a casa.


Aveva un viso da ragazzo allora e un sorriso timido che non ha mai perso, neppure dopo il trionfo dello sbarco lunare. Nel 1971 Armstrong decise di lasciare la Nasa. Divenne professore al Dipartimento di Ingegneria Aerospaziale all'Università di Cincinnati. Una vita riservata la sua, lontano dai riflettori dei media e dalle lusinghe della politica: più volte gli fu offerta una candidatura, ma lui rifiutò sempre. Della sua vita privata ricordiamo la tragedia della figlia Karen - secondogenita di tre - morta in tenera età per un tumore al cervello.

Fiumi d'inchiostro sono stati versati sulla celebre frase «E' un piccolo passo per un uomo, un balzo gigantesco per l'umanità». Molti hanno pensato che gli fosse stata preparata dalla Nasa e fra questi Oriana Fallaci. Per convincerla del contrario, l'astronauta Pete Conrad, designato comandate dell'Apollo 12, fece una scommessa con la giornalista italiana, giurando che lui avrebbe detto una frase scherzosa. Così, quando Conrad - alto poco più di un metro e 60 - dalla scaletta del LEM saltò sulla Luna se ne uscì dicendo "Sarà stato un piccolo passo per Neil, ma per me è stato un grande balzo". Conrad se ne è andato nel 1999, vittima di un incidente in moto. Adesso, con la morte di Armstrong, il numero dei "moonwalkers", gli astronauti che sono stati sulla Luna si riduce ancora. E noi, a 40 anni dall'ultima missione Apollo, ci sentiamo più soli ad aspettare di vedere nuovamente un uomo camminare lassù.

                                                                                                                   Giancarlo Riolfo

La scomparsa di Neil Armstrong riproporrà sicuramente una domanda: ma ci siamo andati davvero sulla Luna? La risposta è sì, certo. Se qualcuno ne dubita la colpa è del libro di un certo Bill Keysing, dal titolo "Non siamo mai andati sulla Luna". L'autore sosteneva che lo sbarco era stato una messinscena con immagini girate in studio. Una truffa ordita dalla Nasa, incapace di mandare davvero l’ uomo su un altro corpo celeste. La tesi è stata ripresa nel corso degli anni da giornali e tv. E ancora oggi sono molti a prestarvi fede.

Le “prove” a sostegno della cospirazione si basano sull'analisi dei filmati e delle foto della Nasa. Perché il cielo è nero, senza le stelle che dovrebbero invece brillare? La risposta è persino ovvia per chiunque abbia un minimo di pratica fotografica: la luce delle stelle è debolissima in confronto a quella riflessa dalle tute degli astronauti e dalla superficie lunare. E non poteva, quindi, impressionare la pellicola. Ancora, scrive Keysing: perché la bandiera americana sembra muoversi spinta dal vento? La spiegazione è ancora più facile: il drappo è sostenuto da un’ asticella orizzontale e l'effetto mosso è dato semplicemente dalla rigidità del tessuto sintetico.


Qualcuno ha ancora il dubbio che davvero sia stata tutta una montatura? Bene, allora riflettete un po'. Sei missioni Apollo hanno lasciato strumenti che hanno continuato a trasmettere per decenni e hanno riportato quasi 400 chili di rocce con caratteristiche inconfondibili. Al progetto hanno lavorato 400 mila persone: migliaia di esse avrebbero dovuto essere complici dell’ imbroglio e tacere per più di quarant’ anni. Infine, c’ era qualcuno che aveva tutti i mezzi e l’ interesse per scoprire un inganno: i russi. Che mai hanno avuto dubbi sull’ autenticità dello sbarco americano.


Infine, la prova definitiva: la sonda Lunar Reconnaisance Orbiter, lanciata nel 2009 e dotata di potenti teleobiettivi, ha fotografato più volte i siti di allunaggio delle missioni Apollo
. Nelle immagini - pubblicate su Internet - si vedono con chiarezza i moduli di discesa dei Lem, le auto lunari impiegate nelle ultime missioni, persino le tracce delle loro ruote. Serviranno a zittire, finalmente, i dubbiosi? Crediamo di no. Ci sarà sempre qualcuno pronto a giurare che le immagini sono state manipolate. Dopo tutto, qualche anno fa in Inghilterra c'era chi sosteneva - seriamente, si fa per dire - che la Terra in realtà è piatta. Contro la stupidità, evidentemente, non c'è difesa. In questo video alcune delle immagini più nitide che mostrano, grazie al Lunar Reconnaissnce Orbiter, i luoghi degli allunaggi dell'Apollo 12, 14 e 17:




                                                                                                     Giancarlo Riolfo

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