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«Ero vicina al papà di Diego e ho visto un mondo di solidarietà»

Ci scrive una lettrice che era presente quando il piccolo Diego ha perso la vita per un incidente in slittino. Ci racconta un mondo diverso da quello rancoroso e senza pietà che si esprime sui social. Alberto Pellai commenta la testimonianza: «Credo che sia questa la differenza tra vita reale e vita virtuale»


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«Gentile Alberto Pellai, desidero condividere con lei l'esperienza che ho vissuto il pomeriggio dell’ incidente del povero piccolo. Io ero lì. Con alcuni amici ero partita da Arnoga con destinazione il rifugio Dosdè in Valdidentro.

L'ambiente era meraviglioso, la neve, i boschi, il fiume , un ambiente di pace .

Ad un certo punto ho sentito un verso: ho pensato fosse un cervo e ci siamo fermati ad ascoltare. La voce è diventata sempre più chiara, era un uomo, poi conosciuto come il padre del piccolo Diego. «Aiuto, aiutatemi, non ce la faccio»: queste urla strazianti ci hanno raggiunto e subito abbiamo allertato i soccorsi. Tutte le persone che ho visto all’ operato da quel momento in poi, erano come me, alpinsti che si trovavano lì per caso e si sono fermati dando tempo e aiuto. Due giovani ragazzi che stavano salendo con gli sci di fondo si sono inerpicati come dei camosci su per il bosco per dare soccorso. Io ero impegnata al telefono con le persone del soccorso alpino e non ho visto il momento in cui hanno portato i bambini lungo la strada ma ho visto muoversi un mondo di bene.

Hanno avvolto i piccoli con le giacche a vento, un signore ha dato una coperta di « alluminio » per proteggere Diego. Un uomo esperto parlava con i soccorsi dando le coordinate del luogo. Un altro, penso un medico, sempre in contatto con i soccorsi che stavano organizzandosi per raggiungere il luogo dell'incidente, raccontava come reagivano i piccoli.

In mezzo ad una valle incantata, ho visto un mondo di solidarietà umana, di aiuto.

Seduta su una motoslitta, una signora teneva in braccio, avvolto nella sua tuta imbottita e coperto da altre giacche a vento, il più piccolo dei fratellini: gli sorrideva e lo coccolava, cercando di calmare il suo pianto. Era un viso dolcissimo di donna coraggiosa, era la sua nonna. Poi è sopraggiunto l'elicottero atterrando in un punto del sentiero per me impossibile: sono scese 5 persone cariche di attrezzature e sono corse velocissime verso i bambini. Abbiamo iniziato il nostro rientro verso il paese ed abbiamo incrociato altri uomini del soccorso alpino che salivano lungo il sentiero sulla motoslitta. E' questo il popolo vero che si incontra: generoso, altruista pronto a dare quando c'é bisogno». Mariarita

Proprio ieri ho scritto un articolo in cui provavo a fermare la nostra mente su cosa ci sta succedendo quando sostiamo (per alcuni di noi, dovremmo dire “viviamo”) davanti allo schermo del nostro smartphone o PC. Ci era arrivata la lettera di una mamma, amica della famiglia che aveva appena perso un figlio in un tragico incidente in montagna. Lo sgomento di questa signora non era solo dovuto al dolore terribile vissuto dalla famiglia protagonista, ma anche alla ferocia con cui noi adulti ci siamo scagliati contro di loro nei nostri social, additando colpe e responsabilità. Come a dire: quella morte si poteva evitare. E se è vero che tutte le morti evitabili dovrebbero non esistere, è anche vero che tutti noi sappiamo che la vita “accade”. E nel suo accadere, spesso ci colpisce con colpi mortali.

Partendo da questo caso, abbiamo chiesto agli adulti di riflettere sulla totale mancanza di empatia che spesso mettiamo in atto quando digitiamo sulla tastiera. Sempre più spesso ci sentiamo autorizzati a dire tutto quello che riteniamo importante, indipendentemente dalla reazione che ciò produce nell’ altro. E’ così che nasce l’ odio in rete e giorno dopo giorno si ingrandisce la schiera degli “haters online”. Pensiamo sempre che siano gli altri, ma molti di noi ci sono dentro fino al collo, senza nemmeno rendersene conto.

Nella vita reale, invece, di fronte ad una persona che vive un lutto tremendo, sappiamo tacere. E sintonizzarci solo con il dolore dell’ altro e con il suo bisogno di essere confortato. Credo che questa sia la differenza tra vita reale e vita virtuale: nel reale quasi tutti riusciamo ad essere umani, nel virtuale no.

L’ invito che ho fatto a rimanere umani anche nel virtuale, ha avuto un seguito meraviglioso. Migliaia di persone hanno “seminato” nel web parole piene di empatia e vicinanza a questa famiglia così provata dal dolore. Leggendo alcuni messaggi, io stesso ho provato emozioni molto intense.

Stamattina leggevo a mio figlio 19enne la lettera che ha inviato Mariarita, una persona, che era presente sul luogo dell’ incidente proprio mentre accadeva. Ha avuto, questa donna, la delicatezza di raccontarlo così come lo ha vissuto lei. Abbiamo chiesto il permesso di condividere con tutti il suo racconto e lei ce lo ha accordato. Crediamo che il valore di questa testimonianza sia quello di trasformare un fatto di cronaca in un evento che intreccia la vita di molte persone. Ciò che è capitato al piccolo Diego, grazie al suo racconto, non rimane più solo un “incidente”, ma una trama potente e misteriosa in cui si intrecciano tanti elementi: il dolore tremendo di un padre, la forza e il coraggio di una nonna, la rete di solidarietà di uomini e donne che si attivano immediatamente, salendo come camosci su sentieri impervi, telefonando ai soccorsi, togliendosi di dosso giacche a vento per scaldare un bambino in fin di vita.

Nella vita reale noi sappiamo essere quei piedi, quella mani, quelle voci. Non dimentichiamoci di chi siamo, quando la tastiera di un device elettronico, ci risucchia illudendoci di avere una potenza infinita. Tanto che perdiamo il controllo. Quella potenza, che quasi sempre diventa prepotenza, è solo un misero catalizzatore della nostra impotenza. Alberto Pellai

 

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