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«A scuola come aliene? Proviamo a fidarci»

Riaprono le scuole dell'infanzia a Milano e la divisa “anti-covid” delle maestre fa molto discutere. Ne parliamo con Antonio Di Pietro, pedagogista ludico e collaboratore del Centro per la Salute del Bambino


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(In copertina, la foto che una maestra in tenuta anticovid ha postato su Facebook)

Hanno riaperto le scuole dell'infanzia a Milano e le maestre hanno accolto i bambini con mascherine, visiere protettive e camici. Un abbigliamento che ovviamente ha scatenato la polemica soprattutto dopo che una di loro ha postato sui social la sua foto commentando: “Noi educatrici ci presenteremo così a bambini di due anni che non ci vedono da 6 mesi, con camici in plastica, neanche gli infermieri sono così”. A seguire, il coro dei genitori preoccupati dalla salute e allarmati dagli effetti che questa tenuta anti Covid può avere sui loro bambini. Ne parliamo con Antonio Di Pietro, 47 anni, pedagogista ludico, che da sempre lavora nel mondo dell'infanzia (0-6 anni) e ha una cattedra all'Università di Firenze proprio in progettazione educativa.

Cosa direbbe ai genitori?

«Di sicuro che se sono state fatte delle scelte ponderate e pensate da persone che si occupano di diversi aspetti nel mondo dell'infanzia. Se quella è stata la decisione, relativa a un territorio provato dal Covid, bisogna fidarsi perché sicuramente quel che hanno proposto permette di iniziare nella maniera migliore possibile un anno così impegnativo».

È indiscutibile però che quella tenuta “anti- Covid” impressioni...

«Certo, ci impressiona che un educatore stia così ma prima di giudicare la scelta va attivata una dimensione umana, relazionale, un ascolto delle emozioni di cui abbiamo così fortemente bisogno. Chiedere alle insegnanti come stanno perché anche per loro non sarà facile lavorare con questi dispositivi. Costruire un'alleanza e per farlo occorre dialogare. Poi ci può stare che, anche tra loro, ci siano persone preoccupate che preferiscono essere tutelate il più possibile; ecco perché è ancor più necessario partire da un atteggiamento di rispettoso ascolto. Verso di loro, così come loro faranno con i genitori, lo stesso che gli adulti (mamme, papà, insegnanti..) avranno coi loro piccoli, con le loro storie e i loro pensieri».

Dice che troveranno il modo per entrare in contatto lo stesso?

«Ci vuole fiducia perché educatrici e insegnanti di ogni grado da sempre sono stati in grado di tirar fuori il meglio da situazioni complesse e di... far sorridere. Riusciranno a “bucare la visiera” che hanno addosso e farli stare bene, ne sono certo. Se l'insegnante sta bene, molto più probabilmente starà bene anche il bambino. Facciamole lavorare in un clima tranquillo, confidiamo in loro, nelle loro capacità ma anche nella loro creatività che gli permetterà di giocare con quella mascherina e quella casacca. Loro sanno giocare con tutto, sapranno farlo anche con quello; i bambini hanno bisogno di giocare anche con i tabù, sapranno reagire anche alle divise anti Covid. Capisco la complessità del momento, ma ricordiamoci delle grandi capacità dei bambini. E confido anche nei genitori che, se inizialmente reagiscono di pancia, sanno mettersi in ascolto. Una raccomandazione: non aumentiamo le tensioni!».

E per chi si inserisce quest'anno? Per loro sarà ancor più difficile?

«Diciamo che l'ambientamento riguarda tutti: le educatrici, gli insegnanti, i bambini e i genitori. Nel caso in cui, poi, dovesse capitare che ci siano segnali evidenti di un ambientamento un po' più difficile tocca stare attenti a non attribuirlo alla divisa. Conviene più cercare di riflettere e agire insieme sul da farsi. Non cerchiamo “il” motivo. Perché ce n'è sempre più di uno. Lavoriamo su come vivere nella maniera più serena un momento così importante come quello dell'ingresso al nido o alla scuola dell'infanzia».

Cosa ne pensa dell'ambientamento in tre giorni causa Covid?

«Sciogliamo un ambiguità: non vuol dire che in tre giorni il bambino avrà elaborato tutto quel che è necessario per accedere al nuovo ambiente. Che significa? Che non è detto che in tre giorni il bambino si ambienterà. Ogni bambino si ambienta secondo i suoi tempi, non dobbiamo avere fretta. Tocca che anche il genitore sia pronto. Non a caso un tempo si chiamava inserimento, ora, invece, ambientamento perché richiede la ricerca di una serie di equilibri tra l'ambiente e le persone».

Tra le tante novità di quest'anno anche l'eliminazione di una serie di giochi sempre per motivi sanitari. Lei ha scritto un libro Giocare con niente. Può diventare in qualche modo un'opportunità questa situazione?

«Sì, compatibilmente con il momento, se valorizziamo gli ambienti che sono interni ed esterni. All'esterno va promossa la biodiversità, va valorizzato l'ambiente che permette il contatto dei bambini con tanti elementi diversificati e viventi verso cui ognuno di noi ha un'attrazione naturale. Una curiosità che si chiama biofilia. Quindi piante, fiori, un cavolfiore nel bel mezzo del giardino: in questo l'esterno ha grandi potenzialità, oltre a diluire il rischio. La biodiversità incentiva la ludodiversità. All'interno, vanno messi a disposizione materiali e oggetti diversificati. Non importa la quantità, ma la varietà: tante cose che coinvolgono il bambino dal medesimo punto di vista saranno inutili perché - stringi stringi - sono simili tra loro. Meglio allora diversificare i materiali, la pesantezza – ai bimbi piace sollevare le cose - i colori, la sonorità... Quindi, vanno diversificati i giochi sia da un punto di vista della qualità sensoriale e materica (legno, metallo...), sia da un punto di vista delle funzioni. Il gioco che ti dice già cosa fare, per esempio, può risultare poco interessante. Perché il bimbo ha bisogno di esplorare: ecco perché funzionano i giochi e i materiali aperti. Pensiamo a quante cose un bambino è capace di fare con una “semplice” scatola di cartone.... e quanto tempo ci sta a giocare! ».

Giocare con niente!

«Che vuol dire guardarsi intorno, guardare cosa interessa ai bambini e rilanciare cosa gli viene in mente (nei limiti delle regole). Sostenere poi quella ricerca. Perché un bambino che gioca con una piccola cosa come passare la mano su un cancello o un termosifone... spesso non fa notizia. Valorizziamo, invece, la sua curiosità guardando con autentico interesse cosa si sta inventando: così daremo valore alla sua presa di iniziativa. Ovvero, è importante quel che ti propongo e allo stesso modo anche iò che tu fai».

Qual è il suo augurio?

«Di guardare i bambini con occhi diversi alla ricerca di un dialogo rispettoso verso l'infanzia in cui dirgli “sono interessato a fare delle cose per te, con te ma anche alle cose che fai tu e che pensi tu che non nascono da me, ma da te". Quindi se al nido e a scuola ci sono meno giochi ma ordinati, belli e differenziati ai bambini non mancherà niente!».

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Antonio Di Pietro, pedagogista ludico
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