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Nel Museo di Anna Frank, dove parla solo il silenzio

Francesco Belletti in visita alla casa di Anna Frank commenta il caso degli insulti negli stadi e ricorda che lì «parla il silenzio, parlano i volti, parlano gli ambienti. E parlano direttamente al cuore».


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Mio figlio è in Olanda per lavoro dal 2015, ma solo quest'anno io e mia moglie Gabriella, andando a trovarlo, siamo riusciti, un paio di settimane fa, ad andare a visitare il Museo di Anna Frank (occorre prenotare con grande anticipo, fortunatamente è molto frequentato). Prima di questa intollerabile vicenda "calcistica" (che col calcio come sport non ha niente a che fare). Entrambi l'avevamo letto, da ragazzi; entrambi non vogliamo dimenticare. Audioguida in italiano, spazi molto piccoli (claustrofobici!), pannelli e descrizioni molto sobrie. Parla il silenzio, parlano i volti, parlano gli ambienti. E parlano direttamente al cuore.

L'unico pregio che ha avuto, quindi, la triste vicenda para-calcistica di questi giorni: costringere tutti a  ricordare. E per gli imbecilli che insultano la memoria: un paio d'anni di lavori socialmente utili, a contatto con le sofferenze del mondo. Così magari riscopriranno la propria umanità...

Sempre nella stessa visita olandese a mio figlio, un paio di settimane fa, siamo riusciti anche a visitare, io e Gabriella, un luogo non molto noto, Camp Vught (il sito non ha la versione in Italiano, questa è la versione in inglese), un "campo di smistamento", ricostruito parzialmente, che ha visto passare, in un paio d'anni, dal 1942 al 1944, oltre 31.000 prigionieri (tra i quali 18.000 ebrei, quasi tutti poi inviati nei campi di sterminio vero e proprio). In un'ora, nella mattinata, abbiamo visto tre scolaresche olandesi di diversa età visitare il campo.

Perchè occorre fare memoria delle tragedie della Storia, perché per poter dire "Mai più" serve la volontà e la responsabilità di ciascuno di noi: in ogni momento, contro ogni tirannia.

 

(* Direttore Cisf)

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