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Marco Deriu

Yara, un omicidio da infoshow

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È un’abitudine giornalistica molto italiana quella di trasformare i casi di cronaca nera e giudiziaria in veri e propri gialli a puntate. E spesso la degenerazione narrativa è tale da confondere il pubblico sui fatti veri e sugli elementi verosimili, oltre che sull’effettivo stato delle indagini in corso alla ricerca dei colpevoli. Il caso di Yara Gambirasio non si sottrae a questo andazzo. Anzi, lo rafforza.
Gli ultimi sviluppi della vicenda portano ora a quella che sarebbe la prova “risolutiva” (ma quante altre volte è già stato usato questo aggettivo?): il ritrovamento di fibre dei sedili del furgone di Massimo Bossetti sui vestiti della povera ragazza, brutalmente assassinata nel novembre del 2010. L’indizio si aggiunge alla rilevazione del dna del sospettato sugli indumenti della vittima, a stringere il cerchio intorno al presunto assassino.

Quando le indagini permettono di  assicurare alla giustizia il colpevole di un omicidio , la soddisfazione è pienamente naturale. Non altrettanto scontato è il modo in cui le cronache rendono conto dell’attività degli inquirenti e dei risvolti tecnico-legali degli accertamenti. L’omicidio di una ragazzina è un fattaccio senz’altro “degno” di diventare notizia, in virtù del diritto-dovere di cronaca dei giornalisti e della facoltà del pubblico di conoscere i fatti del mondo, ma  è in discussione il modo in cui si racconta l’evento . 
A fronte della naturale curiosità di lettori e spettatori davanti a un caso di omicidio,  le narrazioni sulla carta stampata somigliano molto a quelle dei romanzi gialli o “noir” , mentre le ricostruzioni televisive proposte programmi come “Chi l’ha visto?” (Rai3), “Quarto grado” (Rete 4) concedono molto alla  spettacolarità , incentrandosi sui pareri dei sedicenti esperti, sui dettagli macabri e sulle ipotesi più suggestive anche se meno realistiche. 

La  tv ci mette del suo , riproponendo in questi programmi “di approfondimento”  inserti filmati che ricordano da vicino le produzioni poliziesche  stile “C.S.I.”, “N.C.I.S.” o, per restare in ambito nazionale, “RIS, delitti imperfetti”. Le immagini sintetizzano elementi di immediata decodifica, magari non esplicativi ma certamente di forte impatto, che  giocano sul sensazionalismo per conquistare maggiori quantità di pubblico , a beneficio non della chiarezza ma dell’audience. Il fatto che molti conduttori delle trasmissioni televisive citate siano giornalisti non depone pienamente a favore della categoria. 
La vicenda di Brembate non è (stata) l’unica a subire questo  trattamento mediatico distorto . Basti ricordare l’omicidio di Melania Rea per cui è stato condannato il marito Salvatore Parolisi, l’assassinio di Sarah Scazzi ad Avetrana, che ha portato in carcere la zia Cosima Serrano e la cugina Sabrina Misseri, l’uccisione di Meredith Kercher a Perugia per la quale sono stati identificati in Amanda Knox e Raffaele Sollecito gli esecutori materiali, la morte di Chiara Poggi a Garlasco per mano, secondo gli ultimi sviluppi, dell’ex fidanzato Alberto Stasi. 

Fra colpevoli veri o presunti, ricostruzioni, plastici di case o garage, pareri in libertà e arbitrarie controdeduzioni,  l’informazione scivola facilmente sul terreno dell’infotainment e approda non di rado alla landa dell’infoshow , dove la parte spettacolare prevale nettamente su quella del resoconto.
In questo senso, il recente “forte richiamo alle regole deontologiche” dell’Ordine dei Giornalisti nazionale contro la “spericolata leggerezza nel trattare argomenti sensibili e di forte impatto sociale” che provoca  “veri e propri attentati alla pertinenza e correttezza dell’informazione”  non sembra essere stato adeguatamente recepito. 



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