Rito romano
Fabio Rosini

XXXIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) - 19 novembre 2017

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FA’ CHE POSSIAMO PORTARE FRUTTI DI VITA

Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì».

Matteo 25,14-30
  

Siamo ormai quasi giunti alla conclusione dell’ anno liturgico. È dunque il momento di “tirare le somme” del cammino percorso. Per questo, la Liturgia della Parola di oggi – il Vangelo in particolare – ci invita a riflettere sul nostro modo di rispondere al Signore che “chiama”. Egli mette nelle mani di ciascuno dei “talenti”, cioè delle possibilità, delle capacità, delle opportunità. A noi la responsabilità di farli fruttare, mediante un serio e generoso impegno, lungo tutta la nostra vita.

Solo qualche settimana fa – celebrando la solennità di Tutti i santi – abbiamo fatto memoria di tanti uomini e donne che, in epoche e situazioni diverse, hanno davvero saputo mettere a frutto i talenti che Dio ha af‚fidato loro, meritando alla ‚fine della vita di sentirsi dire dal Signore: «Bene, servo buono e fedele… prendi parte alla gioia del tuo padrone».

LA TENTAZIONE DEL SERVO PIGRO. Il loro esempio luminoso e concreto ci spinge ancor più a vigilare costantemente, per non cadere nella tentazione del servo pigro del Vangelo: quella di credere che basti “aver ricevuto” per “stare a posto”. Non è così. Ogni dono ricevuto da Dio è anche una chiamata a portare frutto, a impegnarsi con generosità perché quel dono cresca e si moltiplichi. Per questo, nel brano evangelico odierno, ai servi impegnati a mettere a frutto i talenti viene riconosciuta la “bontà” e la “fedeltà”; mentre sul servo che ha sotterrato il talento ricevuto viene pronunciato un giudizio molto duro: «Gettatelo fuori nelle tenebre...».

È proprio questa scena a interrogarci. Il momento del giudizio finale, infatti, giungerà anche per noi. E, in vista di quel momento, è bene ricordare che il terzo servo non viene punito perché ha compiuto del male, bensì perché non ha compiuto del bene. Nel restituire il talento ricevuto, infatti, egli esclama: «Eccoti il tuo!», quasi a voler dire al padrone che gli chiede conto del talento ricevuto: non c’ è più niente tra me e te, mi sono sdebitato...!

UN “CRISTIANESIMO” STERILE. Queste parole sono indice di un rapporto vissuto all’ insegna dell’ obbligo e del dovere, non della fiducia e della condivisione. Quante volte anche noi assumiamo quest’ atteggiamento? Quante volte cerchiamo affannosamente mille motivi per non doverci impegnare, per starcene per conto nostro, per “non fare niente di male”, ma anche per “non fare niente di buono”! È la triste immagine di un “cristianesimo” rinunciatario e sterile, che non sa assumersi responsabilità verso il prossimo e verso il mondo, che rinuncia ad amare e costruire.

Il buon Dio, invece, ci domanderà conto dei talenti che ci ha af‚fidato! Perciò è il momento di mettere da parte ogni paura e timore, di prendere consapevolezza delle possibilità e dei doni che il Signore ha posto nelle nostre mani, mettendoci in gioco con generosa operosità, per “traf‚ficarli” per il bene dei fratelli.



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