Rito romano
Fabio Rosini

XX Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) - 19 Agosto 2018

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DIO DÀ LA VITA, SENZA CHIEDERLA INDIETRO

Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me.

Giovanni 6,51-58

«Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Come può un uomo – che normalmente è un insieme di bisogni, urgenze, necessità e diritti – dare sé stesso come cibo? Come può essere che la carne umana divenga dono, esista in un modo di essere che sia veramente a disposizione dell’ altro?

Noi siamo abituati a pagare tutto, a meritare tutto, a essere all’ altezza di tutto, e per questo abbiamo interiormente una corda tesa come una corda di violino che ci impone, reconditamente, di stare all’ erta e di sorvegliare le risorse, di monitorare le minacce, di controllare le situazioni. Nell’ animo umano soffia uno spiffero di scoraggiamento e incredulità, che ci fa stare con il freno a mano tirato. È la contraddizione di chi spera di trovare l’ amore ma poi non crede che esista.

«Come può costui darci la sua carne da mangiare?». I giudei discutono fra loro, e ogni uomo ha questa diatriba dentro di sé. C’ è un “io” scafato, navigato, con l’ occhio a mezz’ asta, che guarda tutto il Vangelo con questo sguardo ironico e piomba su ogni annuncio e su ogni apertura impugnando le delusioni, le ferite e gli errori propri o altrui, e oscura ogni speranza con la vernice nera dell’ amarezza. E di contro, nel più profondo del nostro cuore, c’ è un “io” semplice, piccolo, confidente, creato da Dio per la figliolanza e per la fiducia.

«La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda». Questa non è una nostra deduzione, questa è una rivelazione, perché noi non avremmo mai potuto ipotizzare un Dio tanto disponibile. Questa è la profezia che è svelata nell’ Eucaristia.

«La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda». Cosa è un alimento? È una realtà disponibile per il suo fruitore, tanto da essere assunta, distrutta, metabolizzata e diventare completamente parte di colui che mangia. Questo è Cristo. Totalmente per noi, completamente nostro, a nostra disposizione. Ma noi restiamo freddi, per tutto il lavorio disgregante di cui sopra. Che fare?

PROVARE A PRENDERLO. «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui». Mangiare Cristo, provare a prenderlo. Perché in questo Vangelo Lui sta gridando: «Mangiami! Prendimi! Non avere paura di me! Sono per te!». In fondo pensiamo che Dio abbia qualcosa da prendere, da chiedere, da esigere.

Ma può veramente Dio avere qualcosa da toglierci? Dio che ha creato le galassie? Costui sarebbe un rapace? Ma di chi stiamo parlando? Dio non ha niente da chiederci. Se così fosse non sarebbe Dio. E peraltro: cosa potremmo mai avere da dargli? Piuttosto Dio ha qualcosa da darci. Anzi, ha molto da darci. Perché è Padre. Infatti come può Cristo amare così e darci sé stesso?

«Il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre». Il Padre ha la vita, fa vivere. Non toglie, non sottrae, non sbrana. Dio dà la vita, e la dà senza chiederla indietro. Per questo i cristiani si abbandonano alla Sua santa volontà: non perché sono buoni, ma perché è la strada per rimanere in Cristo e avere la vita del Padre. Siamo noi che mangiamo Cristo, non il contrario.



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