Rito romano
Fabio Rosini

Santissima Trinità (Anno B) - 27 Maggio 2018

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FARE ESPERIENZA DELL’ AMORE DI DIO

«Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

Matteo 28,16-20
   

La festa della Santissima Trinità può essere l’ occasione di un grande malinteso: quello di cercare di “capirla”, ossia di arrivare a un possesso razionale, che peraltro dovrebbe poi trasformarsi in rito. Una cosa del tipo: questa settimana celebriamo di aver capito l’ unità della sostanza e la triplicità delle persone divine senza uso di analgesici o sostanze dopanti. Facciamo festa.

E la gente si disinteressa alla Chiesa, perché fa una semplice sintesi: qui si pretende una grande coerenza morale sulla base di un’ astrazione cervellotica. Niente vita, nessun calore. Diceva papa Francesco in una battuta al termine di un incontro con i professori della Pontificia Università Gregoriana che la teologia può essere «come un chiodo da succhiare!».

La celebrazione della SS. Trinità è ben altro. La fede dei cristiani è ben altro. Noi celebriamo la SS. Trinità per un semplice, luminoso motivo: perché noi cristiani abbiamo fatto esperienza di Dio! Se parlo di qualcosa che in realtà non conosco veramente, sono noioso. Se parlo di qualcosa di bello che mi è successo, ho un entusiasmo contagioso.

Noi parliamo di una cosa bella. Infatti, dopo il tempo pasquale – che ci ha introdotti nella vita nuova culminata nel dono dello Spirito Santo, che è lo stesso cuore di Dio e irrora nel profondo del nostro essere l’ amore di Gesù verso il Padre – è questo il momento per annunziare quel che abbiamo sperimentato, se lo abbiamo vissuto. Se no meglio ascoltare. Perché questa esperienza non è un fatto burocratico, si accoglie nella libertà e secondo i ritmi dell’ iniziativa di Dio.

E se questa esperienza è in noi, cosa ci ha lasciato? Che Dio non consiste in astrazioni o doveri, ma è meraviglia, luce, tenerezza. Noi possiamo sapere della paternità di Dio perché ci sta trattando da figli e non da sudditi, ma soprattutto perché abbiamo incontrato il Signore Gesù e da lui traspariva il Padre. Infatti viveva ogni fatto come Figlio. Ci ama e va in croce non come un eroe ma come Figlio, e risorge non per coerenza ideale, ma perché Figlio. In ogni atto Gesù ci amava come era stato amato, la sua tenerezza trasudava una immensa tenerezza di cui era oggetto.

IL CENTRO DELLA MIA VITA. Un conto è dire a un figlio: «Credere in Dio e obbedirgli è una cosa dovuta perché lui è il creatore». Altro è dirgli: «Ti regalo la cosa bella che è al centro della mia esistenza, ed è che ho conosciuto la misericordia e la generosità del Padre celeste, sono stato salvato dall’ amore del Figlio suo Gesù Cristo e vivo per la consolazione dello Spirito Santo». E allora raccontargli dei fatti della propria vita in cui queste cose si son fatte concrete. Con genitori così, probabilmente avremmo una possibilità che i giovani non scappino dalla Chiesa.

Battezzare, in greco, significa letteralmente “immergere”. La Chiesa, per consegnare la gioia della fede, non impone codici etici e sensi del dovere, ma immerge nel nome, nella realtà intima, nel segreto del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Tutto il resto viene come semplice conseguenza.



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