Presepe sì, presepe no: Natale e polemiche, io prete non ci sto

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Sono prete da vent’ anni e, anche in tempi non sospetti, ho sempre suggerito ai fedeli di realizzare a casa propria il presepio o l’ albero di Natale da molti, erroneamente, ritenuto un simbolo pagano e che invece ha radici molto più cristiane di quanto si creda. Lo stesso Babbo natale, pur travisato nei segni pastorali dalla Coca-Cola, non è altro che san Nicola vescovo. In qualche zona d’ Italia è santa Lucia che porta i doni e poi, a chiudere il periodo natalizio c’ è la Befana, storpiatura lessicale di Epifania che, invece di indicare il Cristo che si manifesta ai magi, identifica una vecchina dall’ aspetto un po’ stregonesco che non proviene certamente dall'ambiente cristiano. 

Tutte tradizioni che ho sempre accompagnato perché possono aiutare a vivere la dimensione interiore del Natale, ma che non si identificano con il mistero del Dio fatto uomo. Lo possono indicare, ricordare, favorire, rappresentare ma il “Verbo che si è fatto carne”, come scrive l’ evangelista Giovanni, è una manifestazione dell’ amore di Dio, un segno di salvezza che si coglie nel profondo di sé e si traduce nelle opere quotidiane. L’ identità del credente non coincide con i segni esteriori, ma è rivelata dalla la testimonianza nella vita: inizio a pensare che in molti difensori delle tradizioni natalizie questa dimensione sia carente.

Se sostenere i segni della tradizione significa innescare battaglie, generare rabbia e odio, innalzare muri certamente più politici che religiosi, da uomo e da cattolico dico chiaramente che non ci sto. Che eco di messaggio cristiano e di maturità può giungere ad un ragazzo che vede accapigliarsi genitori, dirigenti scolastici, docenti, politici nel presunto nome di colui che è segno supremo di amore?

«Per fare la pace – ha detto papa Francesco in occasione di una preghiera per la pace del giugno 2014- ci vuole coraggio, molto di più che per fare la guerra. Ci vuole coraggio per dire sì all’ incontro e no allo scontro; sì al dialogo e no alla violenza; sì al negoziato e no alle ostilità; sì al rispetto dei patti e no alle provocazioni; sì alla sincerità e no alla doppiezza. Per tutto questo ci vuole coraggio, grande forza d’ animo».

Le polemiche prenatalizie di quest’ anno non aiutano, confondono i piani della discussione solo per generare reazioni viscerali. Il vescovo di Padova è finito nel tritacarne per aver messo in chiaro che esiste una gerarchia di valori: se il valore da salvaguardare è quello di creare ponti e non muri (l’ ha detto il Papa) come posso sacrificarlo per innescare battaglie dolorose soprattutto per gli occhi più giovani che guardano curiosi come stiamo costruendo il loro futuro? Nessuno rinuncia alla sua identità, ci mancherebbe, ma l’ identità è scritta nella testimonianza della vita ancor prima che nei segni esteriori.

Chi è cristiano sa di essere erede del dono dei martiri che hanno raccontato la loro identità rifiutando sempre l’ approccio violento. Chi si dichiara cristiano dev’ essere consapevole che a Pietro è stato chiesto di riporre la spada nel fodero e che la massima manifestazione di identità è raccontata dalla fragilità di una persona con i chiodi nelle mani e nei piedi, quando avrebbe potuto dare segno di una potenza distruttiva e non gli sarebbero certo mancati i titoli per far valere la sua identità. Un passo indietro, quello di Cristo in croce. Il passo che, per chi crede, ha meritato la Salvezza.



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