Rito ambrosiano
Don Luigi Galli

Domenica 26 febbraio - Ultima dopo l’ Epifania

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Lettura del Vangelo secondo Luca (15,11-32)

In quel tempo. Il Signore Gesù disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’ anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».
   

Dalla Parola alla vita

Oggi ci viene annunciato l’ imminente inizio della Quaresima con una della più belle e commoventi parabole del Vangelo: un capolavoro assoluto.

1. «Mi alzerò, andrò da mio padre». Il cammino della fede inizia dal cuore di Dio e termina quando scompare nella sua carità. Dal Padre parte la chiamata al ritorno a lui e la chiamata si compie con il “rientro a casa”. Il percorso della vita cristiana è racchiuso in questi due abbracci del Padre. Il motivo per cui il figlio scappato da casa comincia il cammino del ritorno è solo l’ inizio di un lungo itinerario di conversione; infatti non c’ è ancora la nostalgia del Padre, ma solo il desiderio di tornare a star bene e la voglia di placare il senso di colpa per il male fatto. Ma, strada facendo, il desiderio di star meglio e il senso di colpa si aprono alla scoperta dell’ amore del Padre che, stando al balcone, aspetta. È questa la bellissima immagine che descrive la vita cristiana: nessuno, né per sé né per gli altri, sa a che punto è il cammino. Fermarsi vuol dire smettere di credere, perché aver fede significa “camminare verso casa”.

2. «Suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò». Non esiste descrizione dell’ amore di Dio più bella ed efficace di questa; solo chi la legge con gli occhi umidi di commozione può dire di aver colto una briciola del cuore di Dio. Buona parte della nostra educazione religiosa è concentrata su quello che dobbiamo fare per Dio, come se lui volesse qualcosa da noi; è una prospettiva non rispettosa dello stile evangelico. Spesso i nostri cammini penitenziali mettono più in risalto la bruttezza del peccato e la necessità della purificazione, che non la gioia di andare verso il Padre; ma così facendo è come se noi togliessimo a Dio il gusto di ciò che più gli sta a cuore, cioè usare tutta la delicatezza del suo amore per renderci belli davanti a lui. Il figlio che torna a casa non fa altro che pensare alle parole da dire al Padre; così è più preoccupato di guardare al proprio peccato che non alla gioia che sta dando a suo Padre. Il Padre, che aspetta il figlio da quando se ne è andato, non vede il peccato del figlio ma pregusta la gioia di riabbracciarlo.

3. «Bisognava far festa e rallegrarsi». Questa è la parte più bella e insieme più tragica della parabola. Bella perché ci presenta il Padre intento a far festa e non a infliggere punizioni, ma anche tragica perché la festa per il figlio che torna rivela il cuore piccolo del figlio maggiore che è sempre rimasto a casa. Anche il Padre ha i suoi “problemi”: quando il figlio minore torna, il figlio più grande se ne va. Il fratello maggiore rappresenta ciascuno di noi quando, in nome di una morale senza amore, siamo pronti a giudicare ogni cosa: il Padre che sarebbe ingiusto, il fratello che sarebbe indegno di ricevere l’ amore e noi stessi che meriteremmo maggior considerazione. Questa parabola commuove e graffia nello stesso tempo. Per capire il comportamento del Padre bisogna essere miti e umili di cuore, per guardare meno al peccato e di più all’ infinita misericordia del Padre.

Commento di don Luigi Galli



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