Don Antonio risponde
Don Antonio Rizzolo

«Noi, che nelle case di riposo lavoriamo perché trionfi la vita»

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Caro don Antonio, ho letto su Famiglia Cristiana diverse lettere che evidenziano gli aspetti negativi dell’ utilizzo di strutture residenziali per anziani, i sensi di colpa o le critiche a chi è costretto a ricoverare i propri anziani in simili strutture. Pur capendo e condividendo parzialmente le difficoltà, le argomentazioni, le sofferenze, considero l’ immagine che ne emerge delle Case per anziani incompleta e quindi inesatta. E questo aumenta ingiustamente il senso di colpa delle famiglie costrette a utilizzarle e non responsabilizza positivamente la comunità cristiana verso gli anziani.

Sono da molti anni (dal 1985) coordinatrice in una Casa per anziani in un piccolo paese dell’ Appennino modenese e da circa tre anni ho scelto, con i miei fratelli, di portare i miei genitori, ormai molto in difficoltà, a questa nuova casa. L’ esperienza di vivere contemporaneamente due ruoli (operatrice e figlia) è impegnativa, ma anche molto istruttiva. Infatti, senza sperimentarlo, è difficile immaginare le difficoltà che ciascun ruolo presenta e quindi del rispetto che è fondamentale avere per la realtà di ciascuno. Dopo questa breve digressione che può spiegare meglio il tono appassionato delle mie considerazioni, vengo alla nostra storia.

La Casa del Sole è una piccola struttura (40 posti) nata dalle esigenze di un paese, interpretate da un parroco sensibile ai problemi umani e con un attivismo da imprenditore illuminato. Per i sestolesi, prima del 1985, diventare anziani e bisognosi di assistenza voleva dire quasi sempre essere costretti ad allontanarsi dal proprio paese. Quindi il parroco, il Comune e tutti i cittadini furono coinvolti e nacque questa casa, in centro al paese, non lontana dalle abitazioni che i suoi nuovi inquilini avevano lasciato, dove era possibile trovare assistenza e cure per chi era entrato in una fase della vita di maggior fragilità, ma non per questo era necessario rinunciare alla “vicinanza” di familiari e paesani.

Le trasformazioni di questi anni, la collaborazione con gli enti pubblici, i cambiamenti delle normative e lo sviluppo della scienza ci hanno offerto nuove opportunità e imposto grandi sforzi. Non è stato facile conservare in tutti una forte motivazione, far crescere la competenza e la professionalità negli operatori senza sacrificare l’ umanità e il coinvolgimento, adeguarsi a sempre nuove e più rigide norme senza perdere il coraggio e l’ elasticità. I messaggi del mondo sono contraddittori: ci presentano una vecchiaia senza difficoltà e decadimenti non rimediabili (se compri i prodotti giusti) e mitizza l’ inesistente eterna giovinezza.

I diritti maggiormente garantiti dalla società civile a tutti gli anziani sono stati una vittoria, ma restano senza risposta tanti bisogni immateriali fondamentali: senso di vicinanza, di appartenenza, riconoscimento del valore del proprio passato, assistenza umana e spirituale nella malattia e nella vicinanza della morte, ricordo e preghiera. La comunità cristiana può avere un suo compito specifico rispetto agli anziani: senza rimpiangere il passato, senza giudicare nessuno, essere vicini a tutti i vecchi dovunque essi siano, nelle case di figli che si prodigano per assisterli, in casa con badanti gravate da un impegno psicologicamente logorante, in strutture, belle o brutte che siano. E le case per anziani possono e devono essere “case più grandi”, dove qualcuno offre quello che, nel momento del bisogno, non tutte le famiglie possono offrire: un’ assistenza rispettosa, professionale, continua; debbono essere “case aperte”, in cui familiari, amici e volontari, possono entrare e collaborare con gli operatori e dove tutti i bambini possano imparare quanto sono preziosi i bisnonni.

Le case per anziani sono accoglienti soprattutto in relazione alle qualità degli operatori: competenza professionale, umanità, disponibilità verso gli altri e impegno nel lavoro. Ma gli operatori sono anche lavoratori, non necessariamente eroi o santi; insieme a uno stipendio e a un impegno faticoso e, nel corso degli anni, logorante, hanno bisogno della stima e del sostegno della comunità per un lavoro che consiste nel curare e accudire corpi e contemporaneamente accogliere e sostenere animi umiliati dalla malattia e dalle crescenti incapacità. Talvolta gli anziani ti ringraziano in modi inaspettati che ti compensano di molte fatiche: un anziano che aveva vissuto a lungo alla Casa del Sole, poco prima di morire disse al parroco che era stata una bella idea metter su una casa come quella e che poi le operatrici erano tutte belle donne; non era poi così vero, ma è un complimento prezioso che non dimentichiamo.

Talvolta la malattia ferisce le menti, trasforma persone che conoscevi come educate e rette, in altre aggressive, maldicenti e crudeli; gli operatori sanno che è la malattia che parla e agisce, ma il sostegno e la stima di chi ci circonda è fondamentale. In più chi lavora con gli anziani è obbligato a confrontarsi costantemente con la malattia e la morte in un ambiente in cui i rapporti con gli ospiti sono più stretti e stabili che in un ospedale. I legami che si creano aiutano a inventare e offrire un’ assistenza più umana, ma rendono le morti più coinvolgenti per tutti. Per gli operatori il lavoro diviene un’ occasione per una maturazione sofferta e mai terminata. E questa è una ricchezza che spesso va persa e che invece la comunità cristiana potrebbe utilizzare per arricchire la riflessione su temi che sembra oggi tutti vogliano evitare.

Insomma, noi che operiamo nelle strutture per anziani non vogliamo essere considerati persone che fanno un lavoro triste in case che sono luoghi di abbandono e morte, ma persone che lavorano perché tutti i giorni della vita abbiano senso e che cercano di imparare a vivere e morire serenamente. E una casa (per anziani, giovani, bambini, poveri o ricchi) dove vivere è bello e morire non è troppo difficile è quella dove entrano, vivono e lavorano persone che amano la vita.

ALBA BUFFONI - Sestola (Mo)

Grazie per questa bella testimonianza. Papa Francesco torna spesso sul tema degli anziani, denunciando la nostra assuefazione a una «cultura dello scarto» che li abbandona al loro destino. Questo avviene quando sono “parcheggiati” in una casa di riposo senza che nessuno li vada mai a trovare. Il Papa, nell’ Udienza generale del 4 marzo 2015, ha usato parole molto forti. «Io ricordo», ha detto, «quando visitavo le case di riposo, parlavo con ognuno e tante volte ho sentito questo: “Come sta lei? E i suoi figli? – Bene, bene – Quanti ne ha? – Tanti. – E vengono a visitarla? – Sì, sì, sempre, sì, vengono. – Quando sono venuti l’ ultima volta?”. Ricordo un’ anziana che mi diceva: “Mah, per Natale”. Eravamo in agosto! Otto mesi senza essere visitati dai figli, otto mesi abbandonata! Questo si chiama peccato mortale, capito?».

Il Papa non ce l’ ha con le case di riposo, ma con l’ abbandono, la mancanza di umanità. «La Chiesa», ha precisato, «non può e non vuole conformarsi a una mentalità di insofferenza, e tanto meno di indifferenza e di disprezzo, nei confronti della vecchiaia. Dobbiamo risvegliare il senso collettivo di gratitudine, di apprezzamento, di ospitalità, che facciano sentire l’ anziano parte viva della sua comunità». E ha continuato: «Gli anziani sono uomini e donne, padri e madri che sono stati prima di noi sulla nostra stessa strada, nella nostra stessa casa... L’ anziano siamo noi: fra poco, fra molto, inevitabilmente comunque, anche se non ci pensiamo».

La tua lettera, cara Alba, mostra come sia possibile il rispetto, l’ accoglienza, l’ amore verso gli anziani. Soprattutto trovo molto bella l’ idea di un’ intera comunità cristiana che, guidata dal suo parroco, prende a cuore i propri anziani, si cura di loro, li fa sempre sentire a casa.



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