Le regole del gioco
Elisa Chiari

La paura è una cosa seria, ma sparare non ci tranquillizzerà

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La paura è una cosa seria, a volte, anche se non sempre, fondata: certo lo sarà stata quella del pensionato che ha sparato, uccidendolo, a un giovane che si è introdotto (o stava arrivando, questo il dubbio degli inquirenti) nottetempo nella sua casa, armato di una torcia. In ogni caso la paura non andrebbe sottovalutata dalle istitutuzioni, perché è cattiva consigliera e di solito innesca reazioni emotive difficili da controllare.  

Il compito delle istituzioni, però, sarebbe quello di disinnescarla, o quantomeno di contenerla entro limiti fisiologici, riducendo il sentimento di solitudine dei cittadini (aumentando i controlli, investendo sulla rete di forze dell’ ordine sul territorio), non certo come accade di alimentarla inneggiando a chi spara per difendersi, magari anche strumentalizzando il suo dramma, perché di dramma si tratta, convincendo l’ opinione pubblica che, se lo Stato non ci arriva abbastanza, è comunque più sicuro arrangiarsi da soli, poi si vede.

Chiunque di noi, probabilmente, riesce a immedesimarsi nella paura, nella rabbia, nell’ esasperazione di chi reagisce perché si sente minacciato: chiunque di noi può immaginare pensando a sé stesso quanto difficile possa essere dominare tutti e tre questi sentimenti davanti a un rumore e a una presenza sospetti nel silenzio della notte, contando su un’ arma sotto il cuscino. È già difficile maneggiare le armi sotto pressione quando si è molto addestrati a farlo, figuriamoci per un uomo spaventato e non addestrato.   

Le indagini sul caso di Vaprio faranno il loro corso, cercheranno riscontri per capire che cosa sia accaduto in quella casa. Ma il punto non è qui, cioè lo è per il singolo caso, ma non per la collettività. Il punto, anche senza scomodare il fatto che in uno stato di diritto farsi giustizia non è giustizia, è che sarebbe difficile ipotizzare una quotidianità più sicura, con tante più armi in giro e tante più persone, impreparate, disposte a usarle (la quotidianità degli Stati Uniti dove circolano armi facili è lì a dimostrarlo: le cronache sono piene di fratellini che si sparano giocando con l’ arma dei genitori, di padri che sparano per sbaglio a un figlio rincasato troppo tardi alla chetichella in punta di piedi per non farsi sentire. Né si può dire, statistiche alla mano, che le strade e le case statunitensi siano più sicure delle nostre).

E allora, forse, istituzioni che si vogliano chiamare tali potrebbero ragionare di prevenzione in altro modo: spendendo soldi in controlli più capillari (migliore illuminazione, qualche telecamera a circuito chiuso in più: a un po’ di privacy in strada si può anche ragionevolmente rinunciare, per far dormire le persone più tranquille) anziché per pagare avvocati a chi ha già sparato. E a maggior ragione esercitando la razionalità contro l’ emotività, incoraggiando metodi meno cruenti e rischiosi d’ autodifesa: per esempio incrementando le agevolazioni fiscali (già presenti e prorogate nella nuova finanziaria) e studiando altri sistemi per venire incontro, economicamente e nella pratica, a chi desidera investire in sistemi di sicurezza per la propria casa.

Dopodiché si potrà pure decidere di ampliare per legge lo spettro della legittima difesa, come qualcuno propone, a patto di calcolarne le conseguenze oltre il consenso elettorale immediato. Senza dimenticare che difendersi sparando (e se del caso uccidere, anche un malvivente) non è un toccasana per la serenità delle persone per bene e delle loro famiglie: il più delle volte chi lo ha fatto con l’ intenzione di difendersi, dopo, vorrebbe soltanto tornare indietro per non farlo più. E non solo perché rischia un processo.

Ps. Ma davvero siamo pronti a scommettere che ci sentiremmo tutti più sicuri sapendo che il nostro vicino dorme armato con il colpo in canna?



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