Le regole del gioco
Elisa Chiari

L'informazione adulterata

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Sempre più spesso dalle indagini dei casi di cronaca nera che tanto coinvolgono pubblico televisivo emerge il sospetto (fondato, dato il contenuto di intercettazioni inequivocabili) che i familiari degli imputati vengano pagati (anche decine di migliaia di euro) per rilasciare dichiarazioni ad alcune tv, per parlare ad alcuni rotocalchi, concordando domande e risposte (secondo le convenienze dell’ audience? O anche calcolando la possibilità di alterare la serenità di giudizio dei giudici popolari delle Corti d’ Assise?).

Sarebbe accaduto con la moglie Massimo Bossetti imputato nel processo per la morte di Yara Gambirasio e con i familiari di Veronica Panarello, accusata dell’ omicidio del suo bambino Loris.

Lasciateci dire che l’ informazione è un’ altra cosa, che il suo senso è ancora sforzarsi di capire e provare a raccontare con il massimo sforzo di obiettività la realtà che ci circonda. Ricerca della verità, sforzo di obiettività, onestà intellettuale, rispetto per le persone coinvolte, sono ancora le regole base di chi fa informazione, le regole del gioco di chi fa il nostro lavoro.

Chi spaccia a un pubblico dichiarazioni  a tavolino
(comprate a suon di euro da chi le vende volentieri, ma anche da chi non vorrebbe e cede per  difficoltà economiche, magari con la compiacenza di avvocati che non disdegnano le difese nei salotti), chi ammannisce verità fabbricate ad arte o comunque adulterate in nome degli ascolti, fa un altro lavoro, gioca in un altro campionato, con regole diverse, troppo spesso senza regole, soprattutto nei casi in cui si mescolano informazione e intrattenimento.

Chi ci va di mezzo, oltre alle vittime morte ammazzate tirate a forza in questa partita truccata, è lo spettatore, cui l’ esito di questo gioco sporco va in casa senza bussare, gabbandolo senza che se n’ avveda, magari facendolo anche contento, perché  queste pseudoverità gonfiate sono  spesso più appetibili di un’ informazione seria e pacata. Funziona come con certi cibi carichi di additivi, che solleticano il palato meglio di tanti cibi sani. Alla lunga però fanno male alla salute.

Gli additivi “informativi” certo non fanno sballare le analisi del sangue, ma ingannano gli ascoltatori in buona fede, ne  alterano la percezione della realtà, minano la fiducia nell’ informazione e nella giustizia,  aumentano il sentimento di insicurezza, insinuano sospetti su persone mai indagate e probabilmente condizionano i giudici popolari delle Corti d’ Assise, rischiando di danneggiare anche l’ esito dei processi veri in aula.

Anche questo, in fondo, è un modo di attentare alla salute di una società, confondendola con il pretesto di informarla
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