Rito romano
Monsignor Nunzio Galantino commenta il Rito romano

IV Domenica di Pasqua (Anno A) - 7 Maggio 2017

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TU, SIGNORE, SEI LA PORTA ALLA VITA

«In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo»

Giovanni 10,1-10
 

La Liturgia della Parola di questa quarta domenica di Pasqua prosegue il fondamentale compito di aiutare i singoli cristiani e le comunità a riconoscersi come discepoli del Signore risorto.

Il Vangelo di oggi, in particolare, spiega come cresce una comunità di fede e lo fa usando l’ immagine del buon pastore, insieme a quella della “porta” attraverso cui le pecore entrano ed escono dall’ ovile. Gesù dice di sé: «Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo». Giovanni radica l’ identità del credente in un rapporto segnato da alcuni verbi, che descrivono altrettanti atteggiamenti, garanti dell’ autenticità del nostro appartenere a Gesù e del nostro essere sua comunità.

GESÙ BUON PASTORE. Così, il buon pastore «chiama per nome» le sue pecore, le «conduce fuori» al pascolo e «cammina dinanzi ad esse»; esse «lo seguono» con fiducia, perché «conoscono la sua voce». Dunque, Gesù Buon Pastore è attento a ciascuno di noi, ci chiama, rivolgendoci la sua parola, conoscendo in profondità il nostro cuore, in termini di progetti realizzati e di speranze a volte deluse. Egli ci conduce fuori «al pascolo», dandoci la possibilità di vivere una vita autentica e piena, oltre i nostri angusti orizzonti. Ci guida con amore, perché possiamo attraversare, lungo le tappe della vita, sentieri spesso impervi e percorrere strade talvolta rischiose, ma belle. Egli è sempre un passo innanzi a noi, per segnare con le sue orme il cammino e proteggerci da rovinose cadute.

RICONOSCERE LA SUA VOCE. Ai verbi e ai gesti che descrivono l’ amore del Buon Pastore per il gregge corrispondono quelli delle sue pecore. Esse ascoltano la voce del pastore, che riconoscono; e perciò lo seguono con fiducia. Così, Giovanni indica in che maniera dobbiamo corrispondere agli atteggiamenti teneri e “pastorali” di Gesù.

Ascoltare e riconoscere la sua voce, infatti, implica intimità con lui; un’ intimità tale da suscitare il desiderio di seguirlo, uscendo dal labirinto del non senso e abbandonando gli atteggiamenti servili, per incamminarsi su strade nuove, indicate da Cristo stesso. Se non vivremo il nostro rapporto con lui coniugando i verbi dell’ intimità, tipici del rapporto tra pastore e pecore, difficilmente le nostre comunità potranno sentire e far sentire la sua voce che chiama alla sequela. E quando manca il desiderio di vivere così il rapporto con Gesù, è inevitabile che si facciano strada altri modi di pensare e vivere in contrasto con il Vangelo.

Gesù è l’ unico Pastore e noi il suo gregge; egli è la porta per il rifugio dell’ ovile, ma anche per raggiungere l’ abbondanza del pascolo. Sicuri e fiduciosi, dunque, dedichiamoci ad ascoltare la sua Parola, mentre con amore egli scruta la sincerità dei nostri cuori. E da questa continua intimità reciproca scaturirà la gioia di una «vita abbondante».



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