Le regole del gioco
Elisa Chiari

Ecco perché la magistratura non può permettersi casi Saguto

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La corruzione come dice il Procuratore di Roma Giuseppe Pignatone si manifesta con “deprimente quotidianità” , basta aprire i giornali. Stamattina e tutte le mattine del mondo.

Non solo per questo ma anche per questo preoccupa molto, a maggior ragione,  ciò che emerge dall’ inchiesta di Caltanissetta: tessere di mosaico, sempre più di numerose, che disegnano un inquietantissimo, del tutto improprio, centro di potere e di conflitti di interessi attorno al giudice Silvana Saguto, ex presidente della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Palermo.

Saranno il prosieguo delle indagini e il processo che inevitabilmente ne seguirà a stabilire se quel che è accaduto attorno ai beni sequestrati e alle amministrazioni giudiziarie a Palermo, quantomeno gravemente inopportuno, fosse anche criminale. Saranno le indagini penali e disciplinari a stabilire se è stata effettivamente minata l’ indipendenza della magistratura. Ma nel frattempo bisogna dire che quanto emerso basta e avanza per mettere in questione l’ apparenza dell’ indipendenza della magistratura (tutta, mica solo di quell’ ufficio palermitano). E che a questa ferita bisogna porre riparo con urgenza, - dev’ essere la magistratura dall’ interno a pretenderlo per prima - in qualche modo.

Stabilire quale modo non è compito nostro: ma pare chiaro che un trasferimento (spontaneamente richiesto – come già è avvenuto –, o cautelare d’ ufficio per incompatibilità ambientale) sarebbe toppa peggiore del buco: non solo non sanerebbe il danno d’ immagine all’ ufficio di Palermo e all'istituzione intera, ma sortirebbe l’ effetto opposto di propagarlo ad altre sedi.

Al di là della soluzione del caso singolo, c’ è bisogno di una seria riflessione sul tema dell’ indipendenza della magistratura e il congresso dell’ Anm in corso da oggi al 25 ottobre a Bari potrebbe essere l’ occasione per cominciare. Perché è vero che di indipendenza della magistratura in questi anni nel dibattito pubblico si è parlato fin troppo, ma è stato spesso un dibattito fuori bersaglio, sull’ onda degli “al lupo al lupo” della politica preoccupata per le indagini sulle stanze del potere.

Mentre però si tacciavano di partigianeria assortita quelli che facevano a fondo le indagini, senza guardare in faccia nessuno (né mafia, né potere, né colleghi), spesso si è trascurato di riflettere in profondità su quello che dalle indagini talvolta emergeva: il caso Palermo di oggi è stato preceduto da un caso Reggio Calabria, di cui s’ è parlato pochissimo, con due giudici condannati con sentenza definitiva (l’ ultima confermata pochi giorni fa) per aver intrattenuto rapporti opachi con la ‘ndrangheta. E prima ancora c’ è stato, a cavallo tra anni Novanta e Duemila, a Roma un clamorosissimo caso di sentenze comprate e vendute (e sfociate anche lì in condanne definitive). Di quello, noto come Toghe sporche, si parlò moltissimo perché dalla parte che ci metteva i quattrini era implicato il potere, ma più per accusare di partigianeria chi indagava che per domandarsi quando e come il tribunale della capitale si era fatto la fama, per fortuna non più attuale, di porto delle nebbie.

Ecco forse è venuto, fuori e dentro la magistratura, il tempo di chiedersi se si sia in questi anni ragionato abbastanza di come questi casi avvengano e di che cosa si faccia per prevenirli. Se del caso di fare autocritica sul passato per correggere il futuro. C’ è in gioco la credibilità dell’ istituzione che ha fatto e fa da argine al malaffare dilagante: se anche soltanto l’ immagine di quell’ argine si infradicia, si rischia l’ implosione.

Ps. Qualcuno dirà che quell’ immagine è già compromessa: è vero che si può sempre fare di meglio, ma è giusto ricordare che tutti questi casi sono emersi da dentro, perché magistrati hanno indagato, processato, condannato magistrati, segno almeno questo che il corpo è sano.



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