Rito ambrosiano
Don Luigi Galli

Domenica 8 ottobre - VI dopo il martirio di san Giovanni il Precursore

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Lettura del Vangelo secondo Luca (17,7-10)

Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: «"Vieni subito e mettiti a tavola"Non gli dirà piuttosto: "Prepara da mangiare, stringiti le vesti ai fianchi e servimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu"? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: "Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare"».
   

Dalla Parola alla vita

Questo brano di Vangelo è imbarazzante per la nostra mentalità; occorre perciò cercare di interpretarlo in modo corretto. L’ evangelista Luca ha raccolto in un unico discorso di Gesù istruzioni diverse date ai discepoli che riguardano lo scandalo dato ai «piccoli» e il perdono; questa breve raccolta di istruzioni si chiude con la parabola che prende spunto dal rapporto, esistente all’ epoca, tra un padrone e il suo schiavo. Gesù, partendo dal rapporto disumano della schiavitù, per cui il servo è proprietà del padrone, traccia il profilo del vero discepolo nei suoi rapporti con Dio e con i fratelli nella comunità.

1. «Prepara da mangiare, stringiti le vesti ai fianchi e servimi». Il comportamento del padrone è crudele; il servo è appena tornato dal duro lavoro dei campi e non gli viene concesso neppure un attimo di riposo. Non è la prima volta che Gesù si serve della realtà triste e brutale che lo circonda per far cogliere il modo imprevedibile e straordinario dell’ agire di Dio. Il Padre non è un padrone e noi non siamo schiavi di nessuno. Gesù intende contestare alla radice una visione “contrattuale” del rapporto con Dio. Lo schiavo serve il padrone per ricevere la ricompensa: non deve essere questo lo schema della nostra religiosità. La parabola serve per far capire che con l’ arrivo del Regno, cioè di Gesù, la fede va vissuta in modo diverso e il criterio non può essere quello “mercantile” del merito, ma quello libero e affettuoso della gratuità. Il cristiano deve passare dal “servirsi” di Dio al servire Dio con gioia. Non basta una fede qualsiasi per essere cristiani; è necessario che la fede costruisca con il Padre un rapporto che assomigli il più possibile a quello che Gesù ha con lui.

2. «Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare». Depurata da una falsa e poco dignitosa forma di umiltà, questa consegna secca e conclusiva di ogni azione ispirata al Vangelo dev’ essere il criterio che regola i rapporti all’ interno della comunità cristiana. La sfida che oggi attende i cristiani è il modo di vivere la Chiesa: il suo mistero divino-umano deve “prendere corpo” nel cuore di ogni cristiano. Far rinascere la Chiesa signica scoprire che nelle comunità cristiane l’ unico stile ammesso è quello del servizio. Non è una cosa semplice perché la tendenza (o tentazione?) istintiva è quella di imitare il mondo, dove spesso i ruoli diventano un titolo di prestigio e privilegio (e di guadagno).

Il Concilio ha presentato un’ immagine di Chiesa in cui tutti i battezzati hanno uguale dignità nella comunità; la diversità incomincia con i compiti diversi, ma questi non devono mai diventare potere di qualcuno su qualcun altro, ma devono restare, come chiede Gesù, servizi offerti con semplicità e mitezza. Ognuno di noi è attratto dal potere e dai suoi simboli; rischiamo spesso di apparire patetici e anche ridicoli. Gesù, prendendo spunto dalla schiavitù e ribaltandola, ci insegna che siamo tutti semplici e poveri servi di Dio prima di tutto, e di conseguenza, delle sorelle e dei fratelli.

Commento di don Luigi Galli



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