Rito ambrosiano
Don Luigi Galli

Domenica 7 gennaio - Battesimo del Signore

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Lettura del Vangelo secondo Marco (1,7-11)

In quel tempo, Giovanni proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo».

Ed ecco, in quei giorni, Gesù venne da Nàzaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E subito, uscendo dall’ acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba. E venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’ amato: in te ho posto il mio compiacimento».

   
Dalla Parola alla vita

Il Signore Gesù inaugura il suo ministero pubblico con un segno, insieme misterioso e pubblico, perché va al fiume Giordano da Giovanni Battista e si fa battezzare da lui. Misterioso perché di lui Giovanni aveva detto che chi sarebbe venuto dopo di lui, sarebbe stato più forte e ben più grande; pubblico perché lo Spirito discende su di lui in forma visibile, come una colomba. Ma questo è solo l’ inizio di ciò che Gesù porterà sulla terra.

San Paolo, scrivendo agli Efesini, sottolinea in particolare un aspetto del ministero di Gesù, attraverso una immagine molto semplice: «Egli è la nostra pace, colui che di due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva, cioè l’ inimicizia, per mezzo della sua carne». Gesù è venuto a unire, ad abbattere i muri. Se pensiamo a cosa significa costruire un muro, capiamo immediatamente perché è così importante abbatterli, e solo grazie alla forza e all’ amore di Gesù è possibile. Costruiamo i muri per difenderci e per separarci dagli altri, perché siamo paurosi e sospettosi: chi si avvicina a me potrebbe essere un potenziale nemico. Lo abbiamo fatto in passato, costruendo mura attorno alle città, sui confini con altri Paesi. Oggi mettiamo il filo spinato per difenderci dai poveri e dagli ultimi; abbiamo diviso città e famiglie, costruendo mura altissime. Anche quando siamo riusciti ad abbatterne uno, dopo molti anni di fatiche e sofferenze, ne abbiamo subito innalzati altri dieci, più alti e più forti.

Dunque «Gesù è la nostra pace», ha unito i discepoli del popolo eletto con tutti gli altri, considerati impuri, lontani, rifiutati da Dio. Per questo «voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio». È davvero importante, in un tempo come il nostro, riascoltare queste parole scritte da san Paolo quasi venti secoli fa e ancora così attuali per noi. Nessuno più è straniero né ospite, ma attraverso il Signore tutti possono ritrovare la loro identità, sono infatti «familiari di Dio», perché appartengono alla sua famiglia, cioè fratelli e figli di uno stesso Padre.

Ma la tentazione di farsi vincere dalla paura è sempre molto grande e le differenze, di razza, di religione, o di qualunque genere, diventano ancora motivo per innalzare sempre nuovi muri. Quelli più resistenti, però, sono quelli che non si vedono, quelli fatti non di mattoni ma di pregiudizi, di slogan ripetuti senza senso, di porte chiuse e sorrisi mancati.

Sulle rive del Giordano, la voce che viene dal cielo rivela e ricorda al Signore Gesù la sua identità di Figlio amato. È una voce che risuona ancora oggi, per tutti noi; è la parola che Dio rivolge a tutti i suoi figli, perché ci riconosciamo nella nostra identità più vera di figli suoi, amati. Ma è altrettanto importante ascoltare questa parola pronunciata sulla vita di tanti fratelli e sorelle che, come noi, sono amati da Dio e sono figli suoi. Possiamo ancora considerarli stranieri e ospiti? Possiamo ancora ricostruire muri? Se ancora saremo tentati, sappiamo bene che il Signore tornerà ancora e li abbatterà, tutti.

Commento di don Marco Bove



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