Rito ambrosiano
Don Luigi Galli

Domenica 5 agosto - XI dopo Pentecoste

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Lettura del Vangelo secondo Matteo (21,33-46)

In quel tempo. Il Signore Gesù disse: «Ascoltate un’ altra parabola: c’ era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo. Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’ erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?». Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo».

E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: / “La pietra che i costruttori hanno scartato / è diventata la pietra d’ angolo; / questo è stato fatto dal Signore / ed è una meraviglia ai nostri occhi”?

Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti. Chi cadrà sopra questa pietra si sfracellerà; e colui sul quale essa cadrà, verrà stritolato».

Udite queste parabole, i capi dei sacerdoti e i farisei capirono che parlava di loro. Cercavano di catturarlo, ma ebbero paura della folla, perché lo considerava un profeta.
   

Dalla Parola alla vita

Anche quando parlava in parabole, Gesù si faceva capire molto bene, il suo linguaggio rendeva tutto più facile. Anche la parabola del Vangelo di Matteo che troviamo nella liturgia di questa domenica è una di quelle che vanno diritte al punto: l’ uomo che ha piantato una vigna e l’ ha data in affitto a dei contadini, si aspettava a tempo debito di poter raccoglierne i frutti. Ma gli inviati vengono di volta in volta respinti, bastonati, uccisi; l’ ultimo a essere inviato è il figlio, ma riconosciuto come l’ erede anch’ egli subisce la stessa sorte.

È chiaro il valore allegorico della parabola: Gesù sta parlando di sé ed è ben consapevole della sorte che lo attende, tuttavia non si sottrae al tentativo di fare breccia nel cuore dei suoi avversari, affrontandoli direttamente: «Perciò vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti».

Sorte simile era toccata agli inviati di Dio, ai profeti, come la lettura del primo Libro dei Re di oggi ci ripropone. Il profeta Elia, presso il monte Carmelo, sfida i profeti di Baal, divinità straniera il cui nome significa «padrone», e Dio gli concede una grande vittoria inviando il fuoco dal cielo a consumare il sacrifico preparato sull’ altare. Ma la conseguenza di tutto questo non si fa attendere: il profeta Elia è minacciato di morte e deve fuggire nel deserto. Nella conclusione del Vangelo di oggi vediamo lo stesso esito: «Udite queste parabole, i capi dei sacerdoti e i farisei capirono che parlava di loro. Cercavano di catturarlo, ma ebbero paura della folla, perché lo considerava un profeta». Sembra dirci allora la liturgia di quest’ oggi che davanti al Signore Gesù abbiamo due possibilità: o stare dalla sua parte, dalla parte degli “inviati”, di coloro che partecipano al dramma della vigna, oppure dalla parte di chi se ne vuole impossessare e per questo si dispone alla violenza e alla prevaricazione.

Questo “dramma” si compie nella nostra vita in modo molto nascosto e spesso silenzioso, ma non per questo meno drammatico. Ogni volta che pretendiamo di “tenerci i frutti” della nostra vita, credendo di esserne i soli proprietari o dimenticando quanto sia stata decisiva la mano di Dio: non ci siamo conquistati nulla ma, anche col nostro lavoro, ciò che ci è dato è sempre dono di Dio. Chi si mette di mezzo, chi ci impedisce di raggiungere i nostri obbiettivi, va comunque eliminato: un collega di lavoro, un vicino di casa o qualcuno che, magari senza averne l’ intenzione, diventa un ostacolo. Certo non si tratta di una eliminazione fisica, ma molto più sottilmente, di un eliminazione morale, affettiva o relazionale. Se qualcuno ci ha “buttato fuori” dalla sua vita, sappiamo bene che cosa significa. Ma al contrario dobbiamo chiederci: forse quella persona era proprio un inviato di Dio e che per questo mi ha dato molto fastidio? Ecco allora il significato di ciò che il Signore ha detto ai suoi interlocutori con il linguaggio della parabola, ecco perché quella provocazione riguarda anche noi e parla della nostra vita.

Commento di don Marco Bove



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