Rito ambrosiano
Don Luigi Galli

Domenica 30 ottobre - II dopo la Dedicazione del Duomo di Milano

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Lettura del Vangelo secondo Matteo (22,1-14)

In quel tempo. Il Signore Gesù riprese a parlare loro con parabole e disse: «Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. Mandò di nuovo altri servi con quest’ ordine: “Dite agli invitati: Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali. Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’ abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’ abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».


Dalla Parola alla vita

Per capire questa non facile parabola, è necessario leggerla nel contesto in cui la colloca Matteo. La parabola descrive l’ atteggiamento di tre categorie di persone nei confronti di Gesù: degli ebrei, primi destinatari della chiamata al Vangelo; dei pagani, quelli dei «crocicchi delle strade»; dei primi cristiani che, contenti della chiamata, pensavano di essere “a posto” senza impegnarsi con coerenza nella vita nuova ricevuta nel Battesimo.

1. «Un re fece una festa di nozze per suo figlio».  Il regno è presentato come un banchetto nuziale che un re prepara per il figlio. Non è difficile vedere nel re il Padre e nel figlio Gesù. Interessante è notare che c’ è un banchetto nuziale. Noi sappiamo chi è lo sposo e sappiamo anche chi è la sposa: lo sposo è Gesù, crocifisso e risorto, la sposa è la Chiesa che, nell’ Eucaristia, predispone il banchetto per far memoria della Pasqua dello sposo. L’ immagine delle nozze non è casuale: essa rappresenta al meglio il senso profondo e la natura della Chiesa. Nella Chiesa si entra per amore e in essa si dovrebbe vivere la carità. Ogni Eucaristia deve avere il sapore gioioso e fraterno di una festa di nozze. La festa di nozze è anche il tipo di legame che esiste tra Gesù e la Chiesa e dunque tra Gesù e il battezzato. Il legame della fede è un legame sponsale, perciò vitale, intenso, fedele e decisivo per l’ intera vita.

2. «I servi radunarono tutti quelli che trovarono». Nel contesto di Matteo questi secondi invitati sono i pagani, ma questa chiamata universale è anche quella che fa oggi la Chiesa. Nella Chiesa tutti debbono trovare posto: buoni e cattivi, malati e sani, poveri e ricchi, quelli con una fede matura e quelli con una fede simile a una fiammella tremolante. La tentazione di far entrare nella Chiesa solo i buoni ha accompagnato tutta la sua storia; è la tentazione più pericolosa e serpeggia con forza anche nelle nostre Chiese. Sta uscendo allo scoperto ciò che fino a qualche tempo fa era nascosto, cioè svariate forme di intransigenza che vorrebbero costruire una Chiesa di “puri”. Questa parabola ci dice che è una tentazione da evitare; chi pensa di avere più “diritto” di altri di stare nella Chiesa finirà per trovarsi fuori. Bisogna proclamare il Vangelo, ma il giudizio va lasciato al Vangelo e nessuno deve appropriarsene.

3. «Scorse un uomo che non indossava l’ abito nuziale». Cosa significa questo abito? Questa finale della parabola richiama la serietà della sequela. La mancanza dell’ abito nuziale significa non riconoscere di essere alla festa dello sposo, cioè vivere nell’ idolatria che toglie a Gesù il primato nella vita del discepolo. Non si può stare con Gesù e chiudersi nell’ indifferenza e nell’ individualismo verso le sorelle e i fratelli. La Chiesa non è né un club, né un istituzione benefica, né un corollario secondario per la fede; stare a mensa con Gesù significa vivere la vita come l’ ha vissuta lui. Questo è possibile solo per opera dello Spirito Santo che, tuttavia, non toglie ma esalta la libertà, donando la lucidità e il coraggio di affidarsi totalmente allo sposo.

Commento di don Luigi Galli



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