Rito ambrosiano
Don Luigi Galli

Domenica 3 marzo - Ultima dopo l’ Epifania

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Lettura del Vangelo secondo Luca (19,1-10)

In quel tempo. Il Signore Gesù entrò nella città di Gerico e la stava attraversando, quand’ ecco un uomo, di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là.

Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È entrato in casa di un peccatore!». Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto». Gesù gli rispose: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’ egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell’ uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».
   

Dalla Parola alla vita

«Il Signore è paziente verso di loro, ed effonde su di loro la sua misericordia. Vede e sa che la loro sorte è penosa, perciò abbonda nel perdono». Con queste parole del libro del Siracide, ci accoglie la liturgia della Parola di questa domenica, che è l’ ultima dopo l’ Epifania, quella che precede immediatamente l’ inizio del tempo quaresimale, ed è identificata con un titolo che fa da tema e da filo conduttore: “Domenica del perdono”. Dio conosce la fragilità umana, per questo «abbonda nel perdono»; il suo volto è misericordioso e paziente, ci ricorda il Siracide, e il tempo quaresimale verso il quale siamo incamminati ci vuole invitare proprio a fare esperienza del suo perdono e della sua misericordia.

A introdurci all’ esperienza del perdono, ci aiuta l’ evangelista Luca raccontandoci la vicenda di Zaccheo, un uomo di una certa importanza, capo dei pubblicani e con una buona posizione economica, un uomo ricco abitante a Gerico. Avendo sentito dell’ arrivo di Gesù in città, vorrebbe almeno vederlo e per questo sale su di un albero lungo il tragitto che avrebbe fatto il Signore.

E qui avviene la prima cosa sorprendente: Gesù vede Zaccheo nel folto dell’ albero, lo chiama per nome e si invita a casa sua. A questo punto tutti i presenti rimangono sconcertati, quell’ uomo è ben conosciuto in città e da molti disprezzato, forse anche odiato per il suo lavoro, da pubblicano infatti si incarica di raccogliere la tassa da pagare agli occupanti romani, pagani e infedeli. Zaccheo in un certo senso è considerato un “collaborazionista”, uno che sta dalla parte del nemico e, grazie a questa sua posizione di privilegio, sicuramente ne ha approfittato per arricchirsi alle spalle dei suoi concittadini.

Nonostante le mormorazioni al riguardo, Gesù entra in casa di quest’ uomo per farsi ospitare da lui, ma la sorpresa è ancora più grande perché, durante questa ospitalità inattesa, Zaccheo decide di cambiare vita, di restituire ciò che ha rubato e di dividere i suoi beni con i poveri. Un cambiamento radicale, una vera conversione. Da dove viene? Sappiamo dai Vangeli che Gesù va a cercare gli ultimi e i peccatori, che siede a mensa con loro e che, proprio per questo, viene criticato dalle autorità religiose. Ma quasi fosse una risposta a chi lo critica, Gesù dice chiaramente: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’ egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell’ uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».

Gesù è colui che va a cercare chi si è perduto, come ci ricorda la famosa parabola del pastore e della pecora perduta; in fondo quello che Gesù offre a Zaccheo e a tutti noi, è il suo perdono, prima ancora che possiamo chiederlo. Gesù viene “in casa nostra” così com’ è, prima ancora che la nostra vita sia cambiata, ci accoglie così come siamo con il suo perdono, ed è proprio questo che, come per Zaccheo, ci dà la forza e il coraggio di cambiare, di trasformare la nostra vita o, meglio ancora, di lasciarci trasformare dalla misericordia di Dio.

Commento di don Marco Bove



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