Rito ambrosiano
Don Luigi Galli

Domenica 29 ottobre - II dopo la Dedicazione del Duomo di Milano

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Lettura del Vangelo secondo Matteo (13,47-52)

In quel tempo. Il Signore Gesù disse ai suoi discepoli: «Il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti.

Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».
    

Dalla Parola alla vita

Il brano del Vangelo presenta la conclusione del discorso che Gesù ha fatto in parabole; è opportuno, perciò, partire dalla fine. La preoccupazione di Matteo è di mostrare la continuità tra il vecchio e il nuovo che sono “mischiati” insieme nelle prime comunità cristiane, con discepoli provenienti dall’ ebraismo e dal paganesimo.

1. «Ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche». Possiamo applicare queste parole alla nostra situazione ecclesiale, così come Matteo le ha usate per invitare all’ unità la sua comunità. È inevitabile che i vorticosi cambiamenti avvenuti negli ultimi cinquant’ anni nel mondo occidentale coinvolgano quotidianamente la vita dei cristiani e, dunque, della Chiesa. Il Vangelo ci dice che antico e nuovo fanno parte del medesimo tesoro che Gesù ha affidato alla Chiesa perché lo conservi e lo consegni agli uomini di ogni secolo. La consegna del «tesoro» (cioè la tradizione) è un tratto tipico della bellezza che la Chiesa vive grazie alla Parola, antica e nuova, e all’ Eucaristia che, facendo memoria della croce di Gesù, racchiude il passato dell’ evento, il presente della grazia che salva e il futuro legato alla promessa della sua venuta.

2. «Il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci». Vien subito alla mente la parabola del buon grano e della zizzania; anche qui, possiamo applicare la parabola sia al cuore del cristiano sia alla Chiesa. In entrambe le parabole Gesù mette in guardia dall’ impazienza di veder subito realizzata la promessa del regno di Dio. Nella “rete” della nostra vita c’ è di tutto e la stessa vita spirituale non ha quasi mai un percorso lineare. Per questo ricorriamo sempre al perdono di Dio che ci dona la grazia di ricominciare sempre da capo. Allo stesso modo la Chiesa porta in sé ogni genere di cristiani e, tutte le volte che nella storia si è cercato di fare la Chiesa dei “puri”, si è strappata la «tunica senza cuciture» che ha accompagnato Gesù verso la croce. La Chiesa è la sposa di Gesù da lui sempre amata con la fedeltà del suo perdono e non per i meriti e la risposta di lei.

3. «Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni». Secondo molti studiosi, Matteo applica la parabola di Gesù non solo al presente della comunità, ma spinge il suo sguardo fino al futuro del giudizio; con questo non intende descrivere il modo con cui il giudizio finale si svolgerà, piuttosto sottolinea la definitività del giudizio per far presente ai discepoli l’ urgenza della loro fedeltà al regno di Dio. Il giudizio finale appartiene solo al Padre e noi sappiamo che saremo davanti a un giudice che, per amore, è morto per noi. Il giudizio di Dio non genera un senso di tormento e di paura; il richiamo di Matteo ci vuol far capire che la sequela di Gesù impegna seriamente tutte le nostre azioni fino alla loro radice. Sappiamo che la radice di ogni azione del cristiano è il dono dello Spirito santo, compagno fedele che dal giorno del Battesimo non ci abbandona mai.

Commento di don Luigi Galli



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