Rito ambrosiano
Don Luigi Galli

Domenica 27 agosto - XII dopo Pentecoste (che precede il martirio di san Giovanni il Precursore)

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Lettura del Vangelo secondo Marco (12,13-17)

In quel tempo. I sommi sacerdoti, gli scribi e gli anziani mandarono dal Signore Gesù alcuni farisei ed erodiani, per coglierlo in fallo nel discorso. Vennero e gli dissero: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno, ma insegni la via di Dio secondo verità. È lecito o no pagare il tributo a Cesare? Lo dobbiamo dare, o no?». Ma egli, conoscendo la loro ipocrisia, disse loro: «Perché volete mettermi alla prova? Portatemi un denaro: voglio vederlo». Ed essi glielo portarono. Allora disse loro: «Questa immagine e l’ iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Gesù disse loro: «Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, e quello che è di Dio, a Dio». E rimasero ammirati di lui.
   

Dalla Parola alla vita

In questo episodio è collocata la massima che tutti conosciamo: «Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, e quello che è di Dio, a Dio». Tuttavia proprio l’ analisi del contesto ci porterà a dare il significato più giusto e pieno a questo detto di Gesù. 

1. «I capi dei sacerdoti, gli scribi e gli anziani mandarono da Gesù alcuni farisei ed erodiani, per coglierlo in fallo nel discorso». Gesù si sottrae quando la ricerca di lui non è autentica; non ama polemizzare e discutere con quelli che non hanno il cuore aperto per accoglierlo. A noi, invece, piace molto discutere e litigare; la ricerca della verità spesso si abbassa a una lotta per vedere chi vince e in questo scontro i «puri di cuore» soccombono sempre. I cristiani devono distinguersi più per il loro stile che per la loro dialettica nel discutere. I puri di cuore sono anche miti; parlare con una persona per vedere se sbaglia significa avvicinarsi senza amore. Le nostre Chiese hanno bisogno di annunciatori del Vangelo e non di “estremi difensori” della fede; molti paladini della fede, in realtà, difendono se stessi e il piccolo potere che non vogliono perdere: proprio come i sacerdoti, scribi e anziani di fronte a Gesù.

2. «Perché volete mettermi alla prova?». La domanda di Gesù ci aiuta a cogliere un aspetto molto importante della nostra fede, perché pone il problema delle prove che la fede è in grado di portare. Possiamo, tuttavia, leggere la frase di Gesù (che qui significa «volete tendermi un tranello»), in un altro modo e cioè chiederci se la fede ha bisogna di “prove”. Certamente la fede ha bisogno di prove; non si crede al primo venuto o per sentito dire. Non basta più una fede ricevuta e vissuta per tradizione, ma è necessario giungere alla “fede di convinzione”; in altre parole, dobbiamo essere in grado di dire sempre perché e in che cosa crediamo. La fede è una festa per la ragione perché offre “cose segrete” all’ indagine dell’ intelligenza e spalanca l’ intero panorama della verità. Il cristianesimo allarga e non restringe gli spazi dell’ intelligenza e della ragione. La prova più immediata, ma non unica, per la fede è la bellezza della Parola di vita che essa porta a tutti gli uomini. Di Gesù che è la Parola fatta carne, noi che cosa conosciamo?

3. «Questa immagine e l’ iscrizione di chi sono?». Questa frase riferita a una moneta parla di Cesare, riferita a Gesù rimanda al Padre ed è la stessa immagine che è riflessa nel volto di ogni uomo. La moneta è una lapide da cimitero, mentre il volto umano è sempre immagine di Dio. La cupidigia del potere e del denaro è la tentazione più grande e porta all’ idolatria, radice di ogni peccato. Quelli che hanno interrogato Gesù sulla moneta proprio non si erano resi conto che la sua vita andava da tutt’ altra parte. Così dovrebbe essere per i cristiani e per tutta la Chiesa: bisogna avere diffidenza nei confronti del denaro; non disprezzarlo perché serve, ma proprio per questo il cristiano se ne serve con “disinvoltura” e distacco, per non diventarne schiavo.

Commento di don Luigi Galli



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