Rito ambrosiano
Don Luigi Galli

Domenica 26 novembre - III di Avvento

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Lettura del Vangelo secondo Giovanni (5,33-39)

In quel tempo. Il Signore Gesù disse: «Voi avete inviato dei messaggeri a Giovanni ed egli ha dato testimonianza alla verità. Io non ricevo testimonianza da un uomo; ma vi dico queste cose perché siate salvati. Egli era la lampada che arde e risplende, e voi solo per un momento avete voluto rallegrarvi alla sua luce.

Io però ho una testimonianza superiore a quella di Giovanni: le opere che il Padre mi ha dato da compiere, quelle stesse opere che io sto facendo, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato. E anche il Padre, che mi ha mandato, ha dato testimonianza di me. Ma voi non avete mai ascoltato la sua voce né avete mai visto il suo volto, e la sua parola non rimane in voi; infatti non credete a colui che egli ha mandato. Voi scrutate le Scritture, pensando di avere in esse la vita eterna: sono proprio esse che danno testimonianza di me».
   

Dalla Parola alla vita

La terza domenica del tempo di Avvento nel rito ambrosiano ha un titolo che può sembrare particolare: «Le profezie adempiute». Di quali profezie si tratta e in che senso sono adempiute?

Guardando ai testi della Scrittura di questa domenica per trovare risposta, scopriamo che sono ricchi d’ immagini che ci possono aiutare. Anzitutto la lettura profetica di Isaia ci regala un bellissimo esempio, ci paragona come popolo del Signore a una pietra estratta da una cava da cui è possibile riconoscere la stessa consistenza, le stesse venature, lo stesso colore. Questa cava è Dio e noi siamo a sua immagine e somiglianza, a lui apparteniamo, siamo “estratti” da lui; così pure Abramo e Sara, che Isaia definisce nostri genitori non biologici ma nella fede, ci ricordano che, se queste sono le nostre radici, allora possiamo guardare avanti con fiducia. Se ci sembra di vedere solo delle rovine, se ci sentiamo aridi come un deserto e una steppa, Dio presto manifesterà la sua salvezza, trasformerà il deserto nel giardino dell’ Eden; se i cieli e la terra sono destinati a logorarsi e dissolversi, la salvezza che Dio promette durerà per sempre.

Anche san Paolo scrivendo ai Corinzi usa un’ immagine per definire i credenti: noi siamo il profumo di Cristo, lui stesso attraverso di noi spande nel mondo un «odore di vita» per contrastare ben altro odore, «odore di morte» per coloro che si perdono. È un’ esperienza legata alla nostra vita quotidiana quando, entrando in un ambiente, anche a occhi chiusi subito ci rendiamo conto di quello che c’ è: un dolce appena sfornato, dei fiori nascosti da qualche parte, o qualcosa che sta bruciando. Così i credenti, con il “profumo” della vita risorta, sono il segno tangibile della promessa di salvezza che si è compiuta.

Il Vangelo di Giovanni che attraverso le parole del Signore Gesù ci ricorda la testimonianza di quello che possiamo considerare l’ ultimo dei grandi profeti: Giovanni Battista. Gesù lo paragona a «una lampada che arde e risplende». Riguardo a se stesso il Signore dice di avere una testimonianza superiore a quella del Precursore: si tratta delle «opere che il Padre mi ha dato da compiere». In effetti, se Giovanni è solo una lampada, Gesù di sé dice di essere la luce del mondo (Giovanni 9,5) e anche noi, estratti dalla stessa pietra, siamo chiamati ad essere come lui, sale e luce del mondo (Matteo 5,13-16).

Ma il Vangelo ci mette anche in guardia da un rischio: udire le parole di Dio senza però ascoltarne la voce, senza aver mai visto il suo volto; addirittura «scrutare le Scritture, pensando di avere in esse la vita eterna» e poi restare fuori dalle promesse di giustizia e di salvezza che gli antichi profeti hanno annunciato.

Gesù è il compimento delle antiche profezie, la sua presenza in mezzo a noi trasforma i nostri deserti in giardini, scaccia l’ odore di morte e ci rende profumo della sua conoscenza, ci insegna ad accogliere la sua testimonianza per essere suoi testimoni nel mondo.

Commento di don Marco Bove



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