Rito ambrosiano
Don Luigi Galli

Domenica 24 settembre - IV dopo il martirio di san Giovanni il Precursore

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Lettura del Vangelo secondo Giovanni (6,24-35)

In quel tempo. Quando la folla vide che il Signore Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto qua?».

Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’ uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo». Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Gesù rispose loro: «Questa è l’ opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato».

Allora gli dissero: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: “Diede loro da mangiare un pane dal cielo”». Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo». Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane». Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!».
   

Dalla Parola alla vita

Il Vangelo di oggi ci prende per mano e ci conduce sul crinale serio della fede, dove essa è chiamata a prendere una forma cristiana e matura; non dobbiamo aver paura di lasciarci guidare da questa Parola che ci chiederà una decisione bella e totale per Gesù.

1. «Voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché vi siete saziati». Noi possiamo rovesciare la frase e chiederci: «Perché io cerco Gesù?». La domanda è semplice, ma la risposta è impegnativa. Gesù vuole essere cercato non da coloro che chiedono qualcosa per sé, ma da quelli che capiscono i “segni” da lui compiuti; come dire che la fede non può fermarsi alla superficie, ma deve giungere fino alla realtà nascosta e svelata dai “segni”. Noi sappiamo bene quali sono i segni di cui parla Gesù. E tra i “segni” da lui compiuti, il primo fra tutti è quello della croce. Agli occhi degli uomini la croce è apparsa un’ ignominia, invece, per noi che leggiamo i “segni”, la croce è la fonte inesauribile della nostra salvezza.

2. «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Il dialogo tra Gesù e coloro che lo cercano si fa incalzante: «Noi vogliamo vedere delle opere (pane da mangiare) e non soltanto dei “segni”». La risposta di Gesù è sorprendente per due motivi: innanzi tutto l’ opera è di Dio e inoltre questa “opera” è la fede in Gesù. Questa risposta esprime con chiarezza il paradosso della fede cristiana: l’ attività sta nel lasciar fare a Dio, perché la fede è opera sua. Solo in un secondo momento diventa “opera” nostra, quando rispondiamo con l’ offerta della nostra libertà. Nella fede il massimo di attività coincide con la totale passività con cui posso dire al Padre con Gesù: «Nelle tue mani affido il mio spirito». La Chiesa e il cristiano non possono mai pretendere di essere originali nel senso preciso della parola, cioè non possono mai essere coloro che fanno il primo passo. Nella fede il primo passo (e anche l’ ultimo) lo compie sempre la grazia.

3. «Io sono il pane della vita». Il dialogo di Gesù continua in salita e diventa arduo. Gli interlocutori sono ossessionati dalla concretezza, mentre Gesù cerca di portarli oltre il pane che nutre il corpo verso un pane che toglie la fame e la sete. Questa offerta appare incredibile perché essi pensavano (e anche noi pensiamo) che un simile pane non possa esistere. A questo punto c’ è la grande rivelazione del significato del “segno”: Gesù stesso è il pane che dona la vita, quella che non muore. Questa è la fede cristiana: accogliere il dono che è Gesù stesso e scoprire che, con lui e in lui, si entra nella vita del Padre. È una rivelazione che mette le vertigini perché, mangiando Gesù, non accolgo Dio “dentro di me”, ma sono io che entro in Dio. Così mi è offerto un mistero inesauribile nel quale immergermi in totale libertà, perché entrare in Dio significa vivere della sua carità e nella sua carità. La vita cristiana è così totalmente avvolta dall’ amore di Dio e questo diventa il principio di ogni azione verso il prossimo.

Commento di don Luigi Gall



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