Rito ambrosiano
Don Luigi Galli

Domenica 23 luglio - VII dopo Pentecoste

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Lettura del Vangelo secondo Luca (13,22-30)

In quel tempo. Il Signore Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme. Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?». Disse loro: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno. Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici!”. Ma egli vi risponderà: “Non so di dove siete”. Allora comincerete a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. Ma egli vi dichiarerà: “Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!”. Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori. Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi».

   
Dalla Parola alla vita

Sarebbe un errore concentrarsi sulla frase iniziale del brano evangelico senza contestualizzarla. Gesù sta salendo a Gerusalemme e un tale lo ferma per porgli una questione teologica molto dibattuta  a quei tempi: «Sono tanti o pochi quelli che si salvano?». Il suo interlocutore voleva sapere da Gesù a quale scuola teologica apparteneva: quella più rigorista («pochi si salvano») o quella più aperta («la salvezza è aperta a tutti»). Gesù elude la domanda e ne approfitta per parlare del significato della sua missione a Gerusalemme.

1. «Vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi». La risposta di Gesù ha di mira coloro che si ritengono i “primi”, cioè le persone pie e religiose che stanno a Gerusalemme e che non lo accoglieranno come Messia: i primi nella Legge saranno gli ultimi nel Vangelo della grazia. Gesù stesso si presenta come “ultimo”, cioè un Messia che rifiuta le insegne del potere e si presenterà a Gerusalemme cavalcando un asino. Gesù, Messia povero, mite e umile, è la «porta stretta»; il mistero dell’ incarnazione e della croce sono fuori da ogni logica “religiosa”, e per entrare nel regno di Dio è necessario passare attraverso lo scandalo e l’ obbrobrio della croce. Il Vangelo non richiede “fatica”, ma patisce violenza e solo i “violenti”  lo capiscono. Gesù parla di questa “violenza” benedetta, cioè del coraggio di seguire con gioia e determinazione la stessa strada che ha imboccato lui e che è quella che sale al Golgota. Gesù è il «giogo soave» che riscatta e consola coloro che accettano di seguirlo. Come si vede una lettura solo morale del brano non rende ragione piena del suo significato.

2. «Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze». Lo sguardo di Gesù ci porta alla fine dei tempi, quando si presenteranno a lui coloro che l’ hanno visto ma non l’ hanno amato. Il riferimento è agli Ebrei che non hanno riconosciuto Gesù, ma noi possiamo applicarlo alla nostra vita di fede. Ci sono tanti modi per “vedere” Gesù senza riconoscerlo. Il Vangelo parla di «mangiare e bere» con Gesù e dell’ ascolto sulle piazze. Non è azzardato pensare all’ Eucaristia e alla vita della Chiesa. Il Vangelo ci interpella a un serio esame di coscienza sul nostro modo di vivere l’ Eucaristia; il rischio è quello di accontentarsi di soddisfare un “obbligo” (parola tristissima per chi ama), senza accorgersi di quale fonte inesauribile di amore sia il pane eucaristico. Inoltre, non basta «ascoltare Gesù sulle piazze»: bisogna incontrarlo nel segreto del proprio cuore. Il rischio è che la fede si confonda con eventi esteriori nei quali, tuttavia, non c’ è l’ incontro personale e intimo con il Signore. Il segno di questa intimità è la gioia; insistendo in modo inadeguato sull’ immagine della porta stretta, non si mette in primo piano la gioia del Vangelo. L’ immagine della porta è stata usata da Gesù stesso, che si presenta come la «porta delle pecore» (Giovanni 10,7), per indicare la gioia di chi, attraversandola, trova un pascolo bello, ricco e abbondante.

Commento di don Luigi Galli



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