Rito ambrosiano
Don Luigi Galli

Domenica 21 gennaio - III dopo l’ Epifania

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Lettura del Vangelo secondo Matteo (14,13-21)

In quel tempo. Il Signore Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte. Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati.

Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui». E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’ erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla. Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.

     
Dalla Parola alla vita

In questa terza domenica dopo l’ Epifania troviamo un altro dei miracoli di Gesù, forse uno di quelli più conosciuti: la moltiplicazione dei pani e dei pesci. Questo tempo dell’ anno liturgico ci fa ripercorrere le diverse “epifanie” di Gesù, cioè i diversi momenti in cui si è manifestato, epifania significa infatti manifestazione. Dunque non c’ è solo l’ epifania in cui ricordiamo la visita dei Magi, ma molte epifanie. La stessa nascita di Gesù è la prima in assoluto, a cui ne sono seguite molte altre. La scorsa domenica abbiamo riascoltato il racconto delle nozze di Cana e questa domenica un nuovo “segno” di Gesù: con cinque pani e due pesci Gesù sfama «circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini». In che senso anche questa è un’ epifania, che cosa ci manifesta di Gesù?

Anzitutto lo sfondo di questo miracolo è arricchito dalla prima lettura, tratta dal libro dei Numeri, in cui si ricorda un episodio dell’ esodo: il popolo di Israele comincia a lamentarsi per il cibo sempre uguale, la manna, rimpiangendo ciò che aveva in Egitto. «Ci ricordiamo dei pesci che mangiavamo in Egitto gratuitamente, dei cetrioli, dei cocomeri, dei porri, delle cipolle e del’ aglio. Ora la nostra gola inaridisce; non c’ è più nulla, i nostri occhi non vedono altro che questa manna». Un popolo che ci assomiglia molto, ogni volta che anche noi non sappiamo essere grati per quello che abbiamo, che rimpiangiamo qualcosa che forse non era così bello come lo ricordiamo. In effetti in Egitto c’ era molto da mangiare, ma mancava la libertà, gli Ebrei erano un popolo schiavo. Questo però sembra passare in secondo piano ed ecco che iniziano le critiche, la mormorazione cresce contro Mosé ma soprattutto contro il Signore.

Nel deserto Dio farà trovare a Israele la carne da mangiare, così come Gesù farà avere a una grande folla, radunata in un posto deserto, il cibo necessario. Ma di quale segno si tratta? È solo il miracolo di moltiplicare cinque pani e due pesci? Ancora una volta si tratta di qualcosa di più.

Davanti a questa folla l’ evangelista Matteo ci ricorda che Gesù prova compassione per loro e guarisce i malati, ma questo non basta. La compassione di Gesù ci rivela qualcosa di importante, ci manifesta il cuore stesso di Dio che, come aveva già fatto nel deserto del Sinai, così ora guarisce e sfama un nuovo popolo.

Gesù ci rivela la compassione di Dio per noi, anche quando sappiamo solo lamentarci; davanti alla nostra pochezza, solo cinque pani e due pesci, ci viene incontro con la sua sovrabbondanza: «Tutti mangiarono a sazietà e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene». Non si tratta solo di un miracolo dunque, ma di un “segno” dell’ amore e della compassione di Dio. Anche i gesti e le parole di Gesù ci ricordano l’ Ultima cena e un altro cibo, quello preparato per noi alla mensa eucaristica: ogni volta che siamo a Messa è come se ci fosse una nuova epifania, perché Gesù diventa il nostro cibo nutrendoci della compassione e dell’ amore di Dio.

Commento di don Marco Bove



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