Rito ambrosiano
Don Luigi Galli

Domenica 20 agosto - XI dopo Pentecoste

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Lettura del Vangelo secondo Matteo (10,16-20)

In quel tempo. Il Signore Gesù disse ai suoi discepoli: «Ecco: io vi mando come pecore in mezzo a lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe. Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; e sarete condotti davanti a governatori e re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani. Ma, quando vi consegneranno, non preoccupatevi di come o di che cosa direte, perché vi sarà dato in quell’ ora ciò che dovrete dire: infatti non siete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi».
   

Dalla Parola alla vita

Nel brano di questa domenica Matteo descrive la situazione pratica e psicologica nella quale si sono venute a trovare le prime comunità cristiane che si radunavano nel Tempio e in case private a fare memoria del Signore Gesù. Sono raccomandazioni per la vita della comunità, valide anche per le nostre Chiese di oggi.

1. «Io vi mando come pecore in mezzo ai lupi». È difficile immaginare un disagio e un rischio più grande. Gesù parla di un dato di fatto e non dà un comando; non dice «fatevi mangiare dai lupi». La differenza non è da poco, perché segna la frontiera tra il martirio e il fondamentalismo fanatico. Gesù descrive la situazione che si crea nel mondo non appena i discepoli diventano testimoni del Vangelo; c’ è stata, c’ è e ci sarà sempre una condizione di disagio e di squilibrio quando il Vangelo incontra il mondo. I cristiani di oggi, come quelli di ieri e del futuro, nel mondo vengono a trovarsi in una situazione di pericolo, o, per lo meno, di distanza, e, spesso, di impossibilità di compromesso. È il motivo per cui non è mai possibile parlare di dialogo senza martirio (sarebbe rinuncia alla freschezza del Vangelo), ma non è neppure possibile parlare di martirio senza vivere il dialogo (sarebbe una anticipazione di giudizio sul mondo, espressamente proibita da Gesù). Per questo la condizione del cristiano è paradossale: amare il mondo fino a dare per esso la vita, anche se non si sarà mai del tutto riamati.

2. «Guardatevi dagli uomini perché vi consegneranno ai tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe». È ciò che è successo a Gesù; è inevitabile anche per noi. Come leggere oggi una pagina del genere? Non è facile, perché si rischia di scivolare nei due estremi: dell’ irenismo, dimenticando che non siamo «del mondo» e non gli apparteniamo come pensiero, come fine e come mezzi; oppure, all’ opposto, si assume un atteggiamento di diffidenza e di contrapposizione senza appello, dimenticando che ogni persona è amata da Dio e che i cristiani devono offrire a tutti  l’ opportunità di scoprire questo amore. L’ equilibrio necessario nasce da una fede senza paura e dalla coerenza con la propria missione di guarire il mondo, amandolo senza stare sottomessi.

3. «Siate semplici come colombe e prudenti come serpenti… non preoccupatevi di come o di cosa direte». L’ immagine è bella e chiarissima: il cristiano si muove in mezzo agli uomini con amore e gentilezza; è sempre “signorile” nei tratti, nel tono di voce, nel linguaggio, nei gesti. Ma questo non può mai diventare dabbenaggine o superficialità. La furbizia cristiana nasce non dal calcolo, ma dalla fiducia nel Vangelo e la prudenza è frutto dell’ abbandono in Dio e non della strategia. Gesù ci dice, e sappiamo quanto bisogno ne abbiamo oggi, di non essere preoccupati; la “marcia in più” del cristiano sta nel fatto che egli sa già… come va a finire. Sono tutte cose non facili, ma questa è la Chiesa quando è totalmente nelle mani dello Spirito di Gesù.

Commento di don Luigi Galli



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