Le regole del gioco
Elisa Chiari

Carolina e Schwazer, contro il doping serve (anche) realismo

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Curiosamente nello stesso giorno, perché le coincidenze non finiscono mai, la squalifica di Carolina Kostner, dietro ammissione di responsabilità in buona fede, è stata retrodatata con la conseguenza che potrà tornare a pattinare, in gara o in esibizione, a inizio 2016 anziché a maggio come previsto. La squalifica di Alex Schwazer, destinata a scadere il prossimo aprile, non ha ottenuto sconti, a fronte della sua collaborazione. Casi diversi, certo, ma che possono aprire una riflessione a confronto.

Da una parte, riguardo a Carolina, possiamo dire che la giustizia sportiva, che ha meccanismi abbastanza sommari, in questo caso, agendo in direzione molto sostanziale per correggere forse un precendente eccesso di formalismo, ha riequilibrato quello che agli occhi della gente comune sembrava uno strabismo: il fatto che si desse l’ impressione di punire la ragazza che aveva detto, mentendo, al controllore antidoping “il mio fidanzato non è in casa” con maggior severità rispetto al campione olimpico pescato positivo all’ epo.

Va detto che la regola che punisce molto severamente il favoreggiamento c’ è e ha una ratio: perseguire, anche a livello sportivo, medici, allenatori, dirigenti compiacenti quando non incentivatori alle pratiche dopanti. Probabile che chi l’ ha scritta con questo intento non avesse neppure contemplato il caso di una fidanzata atleta anch’ essa (gli atleti in fatto di doping hanno obbligo di denuncia) finita impigliata in una maglia forse troppo stretta per il suo caso singolo. Ma resta il fatto che, in questo caso, si è dato per decidere peso all'ammissione dell'errore commesso. 

Dall’ altra parte, riguardo ad Alex, si è deciso di non applicare meccanismo premiale a fronte della collaborazione del reo con gli inquirenti sportivi. Giusta o sbagliata che sia, di certo la decisione non va nella direzione di incoraggiare, di qui in poi, la già rarissima ammissione di responsabilità e la collaborazione degli atleti dopati con la giustizia per la ricostruzione del contesto e della rete che agevola o tollera il doping.   

Eppure lo sconto a fronte della collaborazione (con dichiarazioni adeguatamente riscontrate) è un sistema che nella giustizia ordinaria si è rivelato utile a scardinare il patto omertoso della criminalità organizzata. Perché la giustizia sportiva stenta ad assimilarlo, anche  nel caso in cui a garantire i riscontri e l’ attendibilità della collaborazione c’ è l’ azione della magistratura ordinaria?
 
È vero che negando lo sconto si dà nell’ immediato un’ immagine di rigore, ma se passa l'idea che collaborare sia inutile si rischia di penalizzare già alla breve distanza l'efficacia del contrasto al doping: anche perché  il mondo dello sport dall'interno manda di suo segnali indiretti di convenienza a tacere: da un lato si mostra piuttosto ostile a chi  collabora, dall'altro dà vista di dimenticare in fretta il passato dei pizzicati, squalificati, magari recidivi come Gatlin, rientrati ai vertici mondiali, senza aver ammesso un grammo delle proprie e altrui responsabilità e senza che questo desti particolare scandalo. Difficile che questo clima aiuti alla lunga l'emersione del sommerso. 

C'è, al di là dell'enorme questione morale, un problema di efficacia: finché non si trova un modo per spezzare il silenzio autoconservativo che circonda il doping nello sport a tutti i livelli (dagli atleti ai dirigenti, passando per i medici e per i tecnici); finché non si affidano i controlli a enti del tutto terzi, privi di ogni contiguità con federazioni e comitati olimpici nazionali e internazionali; finché non si sfilano definitivamente dalle federazioni gli organi di giustizia sportiva inquirenti e giudicanti, scardinando il conflitto di interessi tra controllori e controllati, giudicanti e giudicati, il contrasto al doping si fa con le gride manzoniane e con gli eserciti di terracotta.  



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