Yemen: ignorati gli appelli delle organizzazioni umanitarie

Si moltiplicano le denunce per la catastrofe umanitaria: l’ allarme viene dalla Croce Rossa e da Medici senza frontiere. C’ è lo spettro di una nuova escalation per la riconquista della capitale Sana'a.

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In pochi giorni ben tre conferenze stampa internazionali convocate, quasi in contemporanea dalla Croce Rossa Internazionale e da Medici Senza Frontiere (Msf) nella capitale Sana'a, ad Amman e a New York, testimoniano la crescente preoccupazione per un disastro umanitario che richiede una risposta internazionale urgente che tarda ad arrivare, oltre i limiti del comprensibile e del giustificabile a fronte di sempre più numerose denunce di crimini di guerra, violazione dei diritti umani e delle leggi internazionali di guerra.

Ghazali Babiker, da tre anni capomissione di Msf nel Paese, ha sostenuto che «la risposta internazionale a questa crisi è decisamente inadeguata e limitata negli obiettivi e nell’ impatto. Lo Yemen sta affrontando una fase del conflitto estremamente complessa, che richiede operatori umanitari esperti di conflitti e una leadership di qualità in grado di negoziare per portare assistenza a tutte le comunità vulnerabili».

Il Presidente del Comitato Internazionale della Croce Rossa (Icrc) Peter Maurer, al termine di una visita di tre giorni nella capitale Sana'a, ha tenuto una conferenza stampa in cui ha ricordato di aver voluto questa missione per rendersi conto di persona della grave crisi umanitaria che attraversa il Paese in seguito al conflitto.

«È la prima volta», ha detto, «che un presidente della Croce Rossa Internazionale visita lo Yemen in oltre 30 anni. Ciò che mi colpisce molto è vedere come la distruzione di questi palazzi storici, protetti dall'Unesco, vada ben oltre il semplice annientamento degli edifici per ripercuotersi invece su tutta la zona, costringendo le persone alla fuga».

Per Icrc le proporzioni della crisi umanitaria, si traducono in quasi 4.000 morti, la metà dei quali civili e 1 milione e 300 mila sfollati. Maurer ha sottolineato che «la distribuzioni di cibo, acqua e medicinali devono essere agevolati e non ostacolati», e che «il costo umano del conflitto è tale che non una famiglia è stata risparmiata. Il mondo deve svegliarsi e vedere quel che sta accadendo: ho constatato di persona», ha concluso «che la situazione umanitaria è a un passo dalla catastrofe».
 
Denunce a appelli che si sommano alla recente decisione dell'Onu di assegnare allo Yemen lo status di massima emergenza umanitaria, né più né meno che per zone devastate come Gaza in Palestina e la Siria. Una sostanziale contraddizione se si pensa che ad aprile è stato il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite a rafforzare la legittimità di un embargo che, nella pratica, è stato esteso a ogni tipo di merce e aiuto umanitario e le cui conseguenze sono pesantemente ricadute proprio sulla popolazione civile.


LA NUOVA DENUNCIA DI MSF: UNA PARTE SEQUESTRA E CONFISCA GLI AIUTI UMANITARI

Nonostante i rischi, alcune organizzazioni, come Msf, hanno dimostrato che lavorare all’ interno del Paese su ampia scala, con staff internazionali esperti è possibile. Mentre continuano i bombardamenti sauditi sul Paese questa possibilità resta però illusoria.

«Un problema costante», ha spiegato il responsabile di Msf, «è il disinteresse dei donatori internazionali per gli appelli lanciati dalle organizzazioni umanitarie.
Oggi la maggior parte delle organizzazioni nel Paese è costretta a utilizzare i finanziamenti di una delle uniche fonti disponibili, una fondazione caritatevole saudita. Ma questi finanziamenti potrebbero essere visti con sospetto dai gruppi armati contrapposti e qualunque organizzazione fosse assimilata a una delle parti del conflitto vedrebbe compromessa la propria possibilità di operare».

L’ assistenza umanitaria deve essere garantita e le parti in guerra devono facilitarla, come stabilito dal diritto internazionale umanitario. «In Yemen», denuncia Msf, «la possibilità di fornire assistenza medica indipendente e neutrale è ostacolata da processi complessi come il tentativo delle parti in conflitto di controllare le risorse umanitarie disponibili, dal blocco e dalla confisca degli aiuti umanitari». Msf non lo dichiara esplicitamente ma sono numerose le denunce di dirottamenti e appropriazioni di aiuti umanitari che finiscono esclusivamente nelle zone controllate dai filo-sauditi.

IL CONFLITTO È IN ATTO DA TRE ANNI

Secondo i responsabili di Medici Senza Frontiere «gli ultimi mesi hanno visto un grave deterioramento delle condizioni dei civili in Yemen. L’ avvio di una campagna internazionale di bombardamenti nel marzo 2015 è l’ ultima fase di una transizione politica fallimentare iniziata quando l’ ex presidente Saleh ha lasciato il potere più di tre anni fa. Da allora gli yemeniti subiscono una violenza continua e quotidiana, faticano a trovare cibo e acqua sufficienti per sopravvivere. Tutto questo comporta anche una grave limitazione della capacità delle persone, dalle donne incinte ai combattenti feriti, di accedere alle cure mediche».

Pesano sopratutto gli effetti collaterali tangibili dell’ embargo sulle armi imposto dalla coalizione all’ inizio del conflitto.  Per Msf il sistema di aiuti internazionali deve impegnarsi subito e con maggiore forza per lo Yemen. Ma puntare tutto sull’ assistenza umanitaria, come sanno bene le organizzazioni umanitarie, è «come usare un cerotto per fermare un’ emorragia». Nessuno sforzo umanitario avrà successo se le parti del conflitto non faranno la propria parte nel facilitarlo, indipendentemente dai propri obiettivi politici e militari.

LO SPETTRO DELL'INVASIONE

Molti osservatori internazionali concordano, dopo la riconquista da parte delle forze filosaudite del presidente in esilio Saleh dello strategico porto di Aden, sulla possibilità che questa nuova situazione preluda a una lunga marcia di avvicinamento alla capitale Sana'a.

La riconquista di Aden è infatti stata possibile solo grazie all'intervento di una forza d'urto corazzata degli Emirati Arabi Uniti (alleati dei sauditi), con l'impiego diretto di almeno 1.500 uomini delle truppe speciali. Insomma, oltre ai bombardamenti, truppe di terra straniere sono già presenti e operative sul territorio yemenita. Si tratta della più grande operazione militare all'estero messa in atto dal consiglio degli Stati del Golfo dai tempi dell'offensiva del la liberazione del Qwait nel 1990. Ma in quel caso si trattava di una operazione sotto l'egida dell'Onu. Una legittimazione che manca assolutamente alla odierne operazioni militari.

A ridosso della frontiera meridionale yemenita continuano a essere ammassate truppe saudite (150.000 uomini) con artiglieria pesante e reparti corazzati.

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