«Volevamo braccia, sono arrivate persone...»

«...aspettavamo individui, sono arrivate famiglie». Gli autori cambiano prospettiva: parlano di migranti mettendo al centro la famiglia. Sia di chi arriva, sia di chi accoglie. Con esiti sorprendenti...

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«Non amano l’ acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane». «Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’ elemosina, ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti». «I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere».

Se si tirasse a indovinare, riguardo a chi scrive queste righe e ai soggetti di cui parla, si sbaglierebbe. Si parla degli italiani, di come venivano descritti nel 1912 negli Stati Uniti. Chi scrive è l’ Ispettorato per l’ immigrazione del Congresso americano. Il brano prosegue così: «Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano». La conclusione? «Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più. La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione».

La storia si ripete. E non è banale ricordare – come fanno Giuseppe Dardes e Ignazio Punzi nel libro Dov’ è tuo fratello? – che un secolo fa eravamo noi accolti (o non accolti) nei Paesi dove i nostri nonni migravano. È un passaggio emblematico del libro, questo, perché tutte le sue 210 pagine sono un percorso che rovescia le prospettive: da un lato guarda “dentro” la storia di chi lascia familiari, relazioni, Paese, certezze per andare altrove, rischiando tutto, sia durante quel viaggio migratorio – spesso tanto pericoloso – sia dopo, nel “luogo straniero” di arrivo; dall’ altro a guardare dentro un altro “viaggio”, molto meno raccontato dai media, degli italiani che si misurano con lo straniero: «Oltre al viaggio di chi arriva, ci è sembrato necessario esplorare anche il viaggio di chi accoglie», scrivono gli autori, «di chi cioè abita in Italia dalla nascita e oggi incontra persone, famiglie, provenienti da tutto il mondo». «Si scopre, così», continua il testo, «quanto stia diventando rilevante il peso delle famiglie nell’ immigrazione, evidente nell’ espressione: “Volevamo braccia, sono arrivate persone. Aspettavamo individui, sono arrivate famiglie…”, e come stia iniziando nei condomini, nelle scuole, nei luoghi di lavoro e nelle parrocchie un incontro con differenze di suoni, vestiti, cibi, che si ascoltano, si vedono e si odorano».

Pagine volutamente divulgative, che presentano esperienze e storie con un linguaggio semplice e diretto. Un libro indispensabile per chi si interroga su come potranno essere le nostre vite e la nostra società sotto la spinta di una rivoluzione epocale qual è il fenomeno migratorio. C’ è un aspetto che rende unico questo libro: «Non si coglie quanto sta crescendo il numero di famiglie che scelgono di emigrare per sopravvivere», spiegano gli autori. «Inoltre, non è abbastanza forte, anche se tenace, la voce delle tante famiglie italiane che stanno costruendo relazioni di quotidianità con altrettante famiglie straniere. Sul tema immigrazione, quindi, ci è sembrato utile proporre una diversa narrazione, che ponga al centro la famiglia». Ecco il punto: la famiglia. Non i dati, non i morti in mare, non le guerre e la fame. Nemmeno il “buonismo” o il “cattivismo” con cui stampa e politica trattano il tema. L’ ottica della famiglia cambia tutto: lo sguardo con cui si scruta il migrante è quello di Awas Ahmed, rifugiato somalo, che dice: «A chi chiede: “Non era meglio rimanere a casa piuttosto che morire in mare?”, rispondo: “Non siamo stupidi, né pazzi. Siamo disperati e perseguitati. Restare vuol dire morte certa, partire vuol dire morte probabile. Tu che sceglieresti? O meglio cosa sceglieresti per i tuoi figli?”».

E lo sguardo rivolto alle famiglie italiane è quello che dà voce «a esperienze spesso silenziose, ma innovative e coraggiose», scrivono Dardes e Punzi, «di chi sta tentando forme efficaci e concrete di integrazione a partire dalle situazioni di fragilità e bisogno. Ecco, quindi, l’ esperienza di famiglie che aiutano altre famiglie o la scelta, decisamente controcorrente, di famiglie che aprono la propria casa ad alcuni rifugiati».

Non manca, tuttavia, il significato cristiano di questo “incontro” tra famiglie migranti e accoglienti. Che viene sintetizzato così: «Incontrare l’ Altro è la sola strada per incontrare sé stessi». «Lo straniero è il luogo della rivelazione del divino». Un altro modo per esprimere il concetto evangelico: «Ero straniero e mi avete accolto».

L’ undicesimo volume della collana Questioni di famiglia, ideata dalla San Paolo, dall’ Ufficio famiglia Cei e dal Cisf, si intitola Dov’ è tuo fratello? Il libro scritto da Giuseppe Dardes e Ignazio Punzi è in vendita con il n. 47 di Famiglia Cristiana a soli 4,90 euro in più a partire da giovedì 19 novembre in edicola e in parrocchia.
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