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Dall'Afghanistan al Centrafrica testimoniando Gesù

Si chiude l’ Incontro mondiale dei giovani che hanno scelto di consacrarsi interamente a Dio e al prossimo dal titolo programmatico: "Svegliate il mondo!". Oltre 4 mila i partecipanti. Gli interventi di suor Annie (Kabul), di padre Bernard (Bossemptélé), di padre Adrian (convertitosi dall'islam), di suor Cristina Scuccia, del tenore fra' Alessandro Brustenghi e della ballerina suor Anna Nobili.


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Hanno scelto di votarsi interamente a Dio. E al prossimo. Hanno pronunciato un sì definitivo e senza condizioni che li ha portati a intraprendere strade imprevedibili, impervie, spesso rischiose. Ma sempre e comunque strade d'amore. Nell'ambito dell'Incontro mondiale per i giovani consacrati (Roma, 15-19 settembre) si è svolta in piazza San Pietro una serata di riflessione e insieme di festa. Protagoniste le storie di ragazze e ragazzi consacrati: sacerdoti, suore, frati di diversi ordini e congregazioni religiose, arrivati per l'occasione da ogni angolo del pianeta. Sono, in apparenza, giovani come tanti, ma le loro testimonianze raccontano scelte controcorrente, modellate sull'esempio del Vangelo. Emblematico il titolo dell'incontro: “Svegliate il mondo”. Questo l'invito che papa Francesco ha voluto rivolgere proprio in occasione dell'Anno della vita consacrata (che si è aperto nel 2014 con l'inizio dell'avvento e si concluderà il prossimo 2 febbraio).  Tante storie, diversissime eppure unite da uno sguardo comune, hanno preso vita all'ombra della basilica, intervallate da momenti di musica e danza.

Essere suora a Kabul, Afganistan, è una sfida senza fine. «Il nostro è un apostolato del silenzio – ha raccontato suor Annie Puthemparambil, cottolenghina, originaria del Kerala (India) – Quando usciamo dobbiamo sempre spostarci in gruppo e il rischio di attentati è elevato. Non ci è permesso di indossare abiti da suore, né di parlare del Vangelo o anche solo di nominarlo. Tutto questo però non ci impedisce di far percepire ai fratelli che incontriamo l'amore di Gesù. Grazie a un progetto che riunisce varie congregazioni ci prendiamo cura dei bambini con disabilità psichica. E a volte le famiglie si stupiscono: “Solo voi – ci dicono – siete attente ai nostri figli”».

In un momento drammatico per le relazioni interreligiose, in vaste aree dell'Africa e dell'Asia le donne e gli uomini consacrati rischiano quotidianamente la vita. Padre Bernard Kinvi, camilliano, dirige un convento e un ospedale nel Nord-Ovest della Repubblica Centrafricana, segnata da una sanguinosa guerra civile. E' a Bossemptélé, un agglomerato di povere capanne. In questi anni ha accolto nelle sue strutture migliaia di profughi e malati, la maggior parte dei quali musulmani, al punto che l'organizzazione non governativa Human Rights Watch ha deciso di assegnargli un premio. Ma c'è anche chi vorrebbe vederlo morto: «Gli esponenti delle varie fazioni in conflitto non accettano che io dia ricovero ai loro nemici: ecco perché spesso ricevo minacce. Un giorno però ho accolto nel mio ospedale un capo dei ribelli, gravemente ferito. Era proprio tra quelli che volevano uccidermi. Ha ricevuto le cure necessarie e, una volta ristabilito, è diventato un uomo diverso. Tutto questo per me significa incontrare Cristo negli ultimi e nei malati».

Anche Adrian Saouadogo, originario del Burkina Faso, della congregazione dei Padri Bianchi, ha vissuto sulla sua pelle i contrasti interreligiosi. Nato in una famiglia islamica, a 21 anni si è convertito al cristianesimo, a seguito di un incontro apparentemente incredibile, che tuttavia lui racconta con grande naturalezza: «Un giorno, mentre tornavo a casa, dopo una lezione di arti marziali, ho sentito qualcuno che mi chiamava. Era un uomo dalle vesti splendenti. Mi ci è voluto del tempo per capire chi fosse, ma alla fine ho compreso: era Gesù in persona. Naturalmente per la mia famiglia la conversione è stata uno shock, anche perché, in quanto figlio maggiore, avrei dovuto educare all'islam i miei fratelli. Per 18 anni sono stato allontanato da casa e alcuni esponenti della comunità musulmano avevano addirittura detto a mio padre di uccidermi. Ma oggi – spiega il sacerdote, che attualmente lavora in un istituto di formazione islamo-cristiana – qualcosa è cambiato, grazie al potere della riconciliazione. Recentemente mio padre mi ha detto: “Di questa storia non capisco quasi nulla, ma capisco che è una storia guidata dall'alto”».

Esperienze toccanti, a tratti drammatiche benché intessute di speranza, ma anche storie più “leggere”, o comunque maturate in un ben diverso contesto sociale. Una parte della serata è stata dedicata a quei consacrati che hanno trovato una sintesi fra fede e arte, scoprendo nella ricerca della bellezza una strada verso Dio. Se parliamo di canto e vocazione, al pubblico italiano viene subito in mente suor Cristina Scuccia, divenuta popolare dopo la sua vittoria al talent show “The voice of Italy”. A proposito del successo, la giovane suora orsolina ha voluto sottolineare alcuni punti fermi: «Non canto mai per me stessa. La mia voce è solo un modo per far brillare la grande luce che sento dentro. E in tutto questo il mio fondamento è la congregazione: quando tremo e mi sento piccola ho bisogno del calore di una famiglia». Come lei, molti religiosi hanno scelto la via della musica. Frate Alessandro Brustenghi, francescano, splendida voce da tenore, ha inciso un cd per la prestigiosa etichetta Decca, esperienza che gli ha fatto fare letteralmente il giro del mondo, «anche se io – racconta – continuo ad anelare alla vita semplice di un piccolo convento».

Davvero singolare, infine, la storia di Anna Nobili, cubista nelle discoteche della riviera romagnola, poi suora nell'ordine delle Operaie della Santa Casa di Nazareth. «Se quando avevo quindici anni mi avessero raccontato il mio futuro probabilmente sarei scoppiata a ridere. Non conoscevo Cristo e sentivo dentro solo una grande solitudine». Poi l'incontro capace di trasfigurare la vita. «Appena entrata in convento pensavo che il ballo fosse una cosa sporca e volevo distaccarmene. Invece, nel tempo, le consorelle mi hanno aiutato a capire quale grande dono avessi con me. Oggi vivo e insegno la danza come profondo segno di amore verso Gesù».

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Il giovane camilliano padre Bernard Kinvi.
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