Virzì, l'Italia degradata che va agli Oscar

Dopo "La grande bellezza" di Paolo Sorrentino anche "Il capitale umano" di Paolo Virzì è candidato all'Oscar come miglior film straniero. Un thriller ambiguo costruito attorno alla ricchezza, all'ansia di elevazione sociale. E a una generazione di figli che paga il prezzo della spasmodica ambizione dei genitori.

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Perché non riprovarci e non sperare? Se la doppietta era riuscita altre volte, perché non potrebbe ripetersi? Nel 1956 e nell'anno successivo era stato Fellini ad accarezzare la preziosa statuetta con La strada e Le notti di Cabiria; nel 1963 ancora Fellini con Otto e mezzo, mentre nel 1964 toccava a Vittorio De Sica con Ieri, oggi, domani; infine un altro biennio azzurro si registrava nel 1970 e nel 1971 con Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto di Elio Petri e con Il giardino dei Finzi Contini di De Sica. Tutte premesse a far ben sperare che il ciclo possa continuare e che dopo La grande bellezza di Paolo Sorrentino il cinema italiano possa tornare ad assaporare il gusto dell'Oscar con Il capitale umano di Paolo Virzì.  

Nonostate sette David di Donatello, sei Nastri d'argento e il Globo d'oro della stampa estera rappresentino le più quotate credenziali che possa vantare Il capitale umano, tutti visti che spiccano sul passaporto per Hollywood e per la “Notte delle stelle” che si terrà il 22 febbraio 2015, il film di Virzì non ha avuto vita facile e ha dovuto rimontare Anime nere di Francesco Munzi, partito in vantaggio. Nove contro otto, infatti, sono state le preferenze che inizialmente il film di Munzi aveva raccolto fra i selezionatori della commissione esperti istituita dall'Anica (l'associazione degli industriali del cinema), ma poi, quando eliminatoria dopo eliminatoria si è passati al ballottaggio finale, a spuntarla è stato Il capitale umano. Una buona scelta, oppure i selezionatori di casa nostra rimpiangeranno di non avergli preferito altri concorrenti, come per esempio Le meraviglie di Alice Rohrwacher che pure un po' di voti li aveva annoverati? Lo sapremo il 15 gennaio 2015 quando l'Academy Award renderà nota la cinquina delle “nomination” per il miglior film stranero. 

Il livornese Paolo Virzì aveva esordito vent'anni fa con La bella vita e – attraverso un susseguirsi di film come Ferie d'agosto, Caterina va in città, Tutta la vita davanti, La prima cosa bella – ha affinato uno stile tendente a far convergere l'impronta della commedia all'italiana su modelli più marcatamente drammatici, dove un tocco amaro e dolente finisce per prevalere su aspetti apparentemente ironici e satirici. Segno di una maturità espressiva che ne ha fatto il più autetico erede di quel conterraneo “toscano di mare”, graffiante e corrosivo che era Mario Monicelli. Riusciranno i giurati d'Oltreoceano, più sensibili al folclore latino che ai rilievi e ai risvolti psico-sociologici, a cogliere l'atmosfera vagamente pirandelliana che si snoda attraverso la vicenda? Il capitale umano, lo ricordiamo, è articolato in tre capitoli (i punti di vista di altrettanti personaggi) più un finale dove vengono al pettine tutti i nodi di un'intricata matassa fatta di corruzione e avidità, menzogna e cinismo, inganno e disprezzo. 

Il primo sguardo è quello di Dino (Fabrizio Bentivoglio), immobiliarista in crisi che cerca di approfittare del fidanzamento della figlia col rampollo del ricco. Il secondo è quello di Carla (Valeria Bruni Tedeschi), attrice che ha lasciato le scene per sposare il ricco e vive gli agi con sensi di colpa, pur non sapendo rinunciarvi. L’ ultimo punto di vista è quello di Serena (Matilde Gioli), l’ inquieta figlia di Dino, che non comunica davvero né col padre né con gli amici, lasciando credere per convenzione ciò che non è. Lo scenario è quello magnifico della provincia brianzola, con l’ enorme villa padronale che domina dalla collina il circondario e le vite di tutti. Perché attorno al ricco Bernaschi (il superbo Fabrizio Gifuni), broker d’ assalto che gestisce un aggressivo fondo d’ investimento, ronza uno sciame di personaggi ambigui attirati dal denaro. Gentucola che spera di raccogliere le briciole. 

A rompere il malsano equilibrio è un banale incidente: nella notte, un Suv sbatte fuori strada un poveraccio in bicicletta. Il pirata non si è fermato, l’ uomo è in coma in ospedale e la polizia indaga. Il Suv appartiene a Massimiliano, ambito rampollo del broker dalla vita alquanto agitata. Lui non ricorda o non vuole. In famiglia lo credono colpevole. Altri fan di tutto per rovesciare le colpe su di lui. Ma perché genitori e figli non si capiscono, non parlano mai la stessa lingua, a prescindere dalla classe sociale? Qual è la verità e perché chi sa non la dice? E i soldi, questi maledetti soldi, basteranno per risolvere tutto? Come si fa, poi, a stabilire il valore economico di una persona? 

Un thriller ambiguo costruito attorno alla ricchezza che non trae origine dal lavoro ma dalla speculazione; all’ ansia di elevazione sociale attraverso il denaro; a una generazione di figli costretta a pagare il prezzo della spasmodica ambizione dei genitori. Una miscela esplosiva che non lascia scampo e che, come dice una battuta conclusiva del film, genera gente che ha vinto dopo aver scommesso sulla rovina di questo paese. Ma è proprio così l’ Italia di oggi? E, soprattutto, è proprio questo il livello disastroso del rapporto tra genitori e figli, generazioni sempre più lontane che non dialogano se non per trasmettersi ansie e bisogni materialisti? Il giudizio aspro, duro, che vien fuori dalla pellicola di Virzì ha colto nel segno per cui qualche coda di paglia si è risentita, ritenendosi offesa dal presunto legame fra lo scenario della Brianza e il discredito rovesciato sul popolo leghista. 

Niente di più fuorviante, anche perché Il capitale umano è tratto da un romanzo di Stephen Amidon, un thriller ambientato nella provincia americana, stessa atmosfera e stessi problemi riscontrabili sotto qualsiasi altro cielo, indice di una universalità di temi che girano attorno alla sete di denaro, fonte dell'umana aridità, e a spietate speculazioni finanziarie alimentate da un capitalismo privo di ogni codice morale. Come in un Gran Premio, superati i preliminari della punzonatura, Il capitale umano dovrà ora vedersela con uno stuolo di temibili concorrenti (a comiciare dal belga Due giorni, una notte dei fratelli Dardenne e dal francese Saint Laurent di Bertrand Bonello) e prepararsi a quella competizione elettorale fatta di contatti, party, proiezioni che precede ogni Oscar. Giocata su più fronti e tutta da seguire.

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