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Cari "Vip", lasciateci almeno il dolore

Otto personaggi dello spettacolo in un campo profughi in Africa per seguire i lavori della Ong Intersos e dell'Unhcr. È The Mission, il nuovo reality messo in cantiere dalla Rai


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Cosa può spingere Al Bano o Michele Cucuzza, Barbara De Rossi o Emanuele Filiberto a passare dieci giorni in un campo profughi in Sudan  o Congo sotto le luci di un reality show (titolo: The Mission) è una domanda che pensavamo di poterci porre semmai in un'altra vita. Avendo già dato parecchio, in questa, con le varie Isole dei famosi, gli svariati Grandi fratelli e via fictionando. Invece no, la tentazione apparecchiata da Mamma Rai è stata irresistibile e ha trovato proseliti.

E' il reality per una buona causa, quello che "ti porta dentro" la guerra e i suoi abissi guidato dalla mano amica di chi fino a ieri discuteva in Tv di dieta mediterranea, borse sotto gli occhi e inestetismi da botulino. Non c'è guerra che tenga. Venga avanti troupe e truccatore, cosa vuoi spaventarti se c’ è Al Bano che ti porta a guardare negli occhi di un orfano.  

Spiacenti, tutto questo non ci piace affatto. Innanzitutto perché abbiamo scarsa fiducia e considerazione di chi - parliamo dei "vip" -  si è prestato al gioco, in cambio dei famosi 10 minuti di fama che non si negano a nessuno. Di più: ci stupiamo di quelle Ong che si sono dette favorevoli all'esperimento perché fa pubblicità alla loro azione umanitaria.

Certo, ci sarà tempo per valutare, ripensarci fuori da questa afa africana: The Mission andrà in onda a novembre, magari qualcuno dei cervelloni Rai avrà modo di fare un bagno freddo. Ma il punto non è lo scambio tra poveri vip a caccia di popolarità e buone cause in anemia di fondi. Non è nemmeno la semplice spettacolarizzazione del dolore, cosa a cui i nostri Tg ci hanno ormai mitridatizzato con dosi omeopatiche di idiozia informativa ("Scusi cosa prova ora che ha perso suo figlio?") .

Il nostro problema è un altro: non riusciamo a fare il callo a tutto questo perché fa a pugni con un insegnamento che abbiamo maturato, magari in prima persona, senza neanche sussurrarlo a un Emanuele Filiberto di turno: che il dolore degli altri impone rispetto, attenzione, silenzio. Implica tempi lunghi di accudimento, non stacchi obbligati dai consigli per gli acquisti.

Noi non crediamo alla filantropia, che è una forma mascherata  di cattiva coscienza. Pensiamo, da ingenui,  che la giustizia sociale, civile vada costruita ogni giorno sul campo e non sotto i riflettori. Soprattutto noi crediamo che la Tv - certa Tv, ovviamente - abbia molto a che fare con la tragedia greca e quel che ne diceva un tale Friedrich Nietzsche (Prego: inserire nei consigli per gli acquisti di The Mission): è catartica, libera cioè sensi di colpa ed emozioni negative covati dagli spettatori e ne alleggerisce il carico. Riappacifica chi guarda (e soffre), ne rimette a posto l'anima sparsa in coriandoli dalla vita vera.

Purtroppo, pur amando molto Euripide e Sofocle, pensiamo che non ci siano modi televisivi per liberarsi dai propri coriandoli interiori. Crediamo semmai che guardare quel che resta di un finto principe dare una carezza in favore di telecamera sia un modo sguaiato e facile  di banalizzare l'ultima frontiera rimasta alla nuda vita. Il dolore. Lasciateci il dolore, cari Al Bano, Emanuele Filiberto e tutti voi di The Mission.

Lasciateci il dolore, e saremo perfino disposti, per una volta, a sentirvi cantare le vostre canzoni e raccontare le vostre sciocchezze sull'ultimo taglio di barba al prossimo show domenicale. Però siate gentili, lasciateci almeno il dolore libero dalla vostra presenza.

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