Venditti: "L'avventura della mia vita tra le mura di un bar"

Incontro con il cantautore tornato ai vertici della hit parade con il nuovo disco Tortuga, il nome del bar romano dove ha trascorso buona parte della sua gioventù. "A 66 anni sono in pensione per l'Inps, ma io mi sento più in forma che mai".

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Non capita tutti i giorni di avere come cicerone per una visita a Trastevere Antonello Venditti. L’ occasione è l’ uscita del suo nuovo disco, Tortuga.

Il cantautore romano ci accompagna in alcuni luoghi del suo rione a lui cari. Iniziando dal monastero di Santa Cecilia, la protettrice dei musicisti. Mentre  mostra il punto esatto in cui la santa fu martirizzata, si avvicina una suora. Lo saluta calorosamente e gli chiede se potrà autografargli una copia del suo nuovo album.

Poi aggiunge: «Puoi aiutarmi a trovare una copia di Sotto il segno dei pesci? Manca alla mia collezione, ma non riesco a trovarla». «Ci penso io», risponde lui.

Usciti dal monastero, Antonello prima fissa un appuntamento dal barbiere, poi ci offre un caffè da Luciano: «È molto più di un barista. Quando qualcuno qui  ha un problema, si rivolge a lui e lui aiuta tutti». Il giro prosegue davanti al ristorante «dove tante volte io e Lucio Dalla siamo andati a mangiare» e si conclude sul Lungotevere, dove una coppia di anziani lo riconosce: «Ciao, Antonè». «Ciao, buona passeggiata». 

Nella sua bella casa, Venditti ci dice che per lui tra l’ uomo e l’ artista non c’ è mai stata nessuna differenza. «Non mi sono mai sentito un eroe solo perché andavo a prendere mio figlio a scuola. Quasi ogni giorno faccio una lunga passeggiata e quando a volte per strada si crea il capannello di gente attorno a me, se non ho grandi cose da fare mi fermo e accetto di fare i “selfie” con i cellulari, perché ormai più nessuno ti chiede l’ autografo. Altrimenti con pazienza spiego che non ho tempo e proseguo per la mia strada». 

Facciamo notare che anche il suo grande amico Carlo Verdone, che abita non lontano da qui, è un tipo molto alla mano e lui ci blocca:  «Stai seduto proprio ar posto de Carlo quando al sabato o alla domenica ci ritroviamo qui per il rito». Poi indica il televisore e quindi non c’ è bisogno di spiegazioni per capire che il “rito” è la partita della Roma. Mentre ci raggiungono tre cagnolini («in tutto ne ho nove») parliamo del Tortuga, il nome del bar che  Antonello frequentava dopo le lezioni al liceo Giulio Cesare.

- Perché è stato importante?

«Era il luogo dove tutto si compiva: gli amori, la musica, le sfide sulle auto, la politica. Era un luogo di confronto, ma anche di scontro tra studenti di sinistra e di destra.  Potevi incontrare  Angelo Izzo, l’ autore del massacro del Circeo, e il futuro terrorista dei Nar Giusva Fioravanti. Tra il liceo e il Tortuga c’ era sempre una camionetta della polizia, ma soprattutto c’ era un poliziotto che chiamavamo Serpico, come il personaggio del film con Al Pacino. Si chiamava in realtà Francesco Evangelista e stava sempre lì. Per tanti anni fu bravissimo a tenere sotto controllo la situazione parlando con noi. Ne parlai  in Compagni di scuola che scrissi nel 1975 quando dicevo che prima del ’ 68 “Nietzsche e Marx si davano la mano”. Cioè ci si scontrava, a volte c’ era qualche scazzottata, ma non si usavano le pistole. E invece nel 1980 Serpico pagò il suo impegno con la vita: fu ucciso tra il liceo e il Tortuga proprio da Giusva Fioravanti».

- Però in una canzone del nuovo album dici che vorresti tornare a essere un “ragazzo del Tortuga”.  Perché?

«Per ricominciare da capo, con lo spirito di allora, con la voglia che avevamo di cambiare il mondo, ma evitando gli errori che abbiamo fatto». 

- Quel bar esiste ancora. Come sono i ragazzi che lo frequentano oggi?

«Il bar non ha più quel valore associativo che aveva prima. Oggi i ragazzi si fermano, prendono qualcosa e poi vanno via. E questo è un bene, perché sono molto più “aperti” di noi».

- Nella canzone Tortuga racconti: “Da bambino ero grasso, mi prendevano in giro”. Hai sofferto molto per questo?

«Non è stato semplice. Nessuno mi invitava mai alle feste e piangevo come un vitello perché le ragazzine che mi piacevano non mi filavano mai. Anzi no, ero il migliore amico di tutte e questo credo mi abbia aiutato a sviluppare una certa sensibilità».

- Una di queste ragazzine, lo racconti nella stessa canzone, stava seduta quattro banchi dietro di te e ti chiedeva di aiutarla quando c’ era la versione di greco. Ma alla fine ce l’ hai fatta a dichiararti?

«Sì, però subito dopo lei si trasferì in Belgio perché era figlia di un ambasciatore. Peccato, penso che mi avrebbe ricambiato».

- Il “ragazzo del Tortuga” ha da poco compiuto 66 anni. Come ti senti?

«Ho la consapevolezza del mio passato, ma questo disco è tutto proiettato al futuro. Cerco il più possibile di evitare quelli che cercano di incasellarmi. Come quelli che quando ti vedono ti dicono: “Ma lo sai che abbiamo la stessa età?”. E allora? In che cosa questo dovrebbe accomunarci? Ognuno vive la vita a modo suo. E se qualcuno mi chiede: “Ma non vai in pensione?”, io rispondo che già ci sto: prendo dall’ Inps 1.940 euro al mese. Però pensione significa cessazione dell’ attività e non mi pare proprio che sia il mio caso: ho appena fatto un disco che secondo me è fortissimo e a settembre canterò allo stadio Olimpico. Soprattutto, ho ancora tanta voglia di farmi sorprendere dalla vita».

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