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Quella classe indisciplinata e il messaggio di don Riccardo


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Cara professoressa, mia figlia Lucia frequenta da quest’ anno un istituto tecnico. Io ero molto scettica in merito alla sua scelta: viviamo in un paese piccolo, conosco l’ ambiente scolastico, so che i ragazzi più assennati e volenterosi frequentano l’ unico liceo scientifico presente. Lei però non ama la matematica e io, a malincuore, l’ ho lasciata libera. L’ altro giorno è tornata a casa molto provata perché i suoi compagni di classe chiacchierano in continuazione, hanno poca voglia di fare, alcuni rispondono malamente ai docenti che non riescono a gestirli. Mi ha raccontato di note disciplinari, di professori esasperati. Le ho detto che deve comportarsi bene senza lasciarsi influenzare, che deve mettersi al primo banco e seguire dando il meglio di sé. Però, mi chiedo, chiasso o meno, un insegnante non dovrebbe conoscere le strategie per portare ogni giorno a casa la lezione?

ENZA

Cara Enza, recentemente ho letto su Facebook l’ appello di un docente di religione pugliese, don Riccardo Personè, cappellano del monastero di Santa Chiara, a Nardò. Dopo tre ore di lezione in classe tra schiamazzi e note sul registro, ha avuto un malore ed è finito al pronto soccorso: stato di agitazione, pressione alta. Si rivolge ai genitori: «Riflettete molto su cosa trasmettete a casa ai vostri figli […]. È così difficile tenerli tranquilli, farli stare seduti. Soprattutto è così difficile mantenere il silenzio. Sembra che il grande avversario e nemico della società di oggi, e quindi anche delle nostre scolaresche, sia il silenzio».

Il post originale di don Riccardo

Ho subito pensato alla sensazione che ogni docente ha provato almeno una volta nella vita: essere invisibile in una classe in subbuglio. È un misto di frustrazione e di rabbia, di voglia di fare frenata dal senso di fallimento. Don Riccardo va alla fonte e si rivolge a noi genitori, ad adulti che poco ascoltano e per niente insegnano l’ ascolto, che magari accendono televisore e radio appena mettono piede in una casa vuota o riempiono il tempo libero dei propri figli di parole, di attività, di cartoni animati. Ma sì, la scuola ha il dovere di trovare «strategie per portare ogni giorno a casa la lezione», come scrivi tu. Perché è questo, in fondo, il mestiere dell’ insegnante. Una sfida continua a tener desta l’ attenzione, a coinvolgere, a insegnare nel modo più accattivante possibile. Ma a volte, in particolare in alcune classi, occorrerebbe procedere prima in modo diverso: libri chiusi per qualche ora, spazio ad altri contenuti. Magari a una lezione pratica, fuori dall’ aula, sulla bellezza del silenzio, su come affrontare le paure che genera in noi, sulla ricchezza che invece può donarci. Gioverebbe molto alla crescita, umana, dei nostri ragazzi.

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