Un sms per un futuro senza fame

Oxfam Italia ha lanciato una campagna per sostenere in particolare le donne e le loro comunità di riferimento. Intendono raggiungerne 18.700, in 14 diversi Paesi del Sud del mondo.

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“Per un futuro senza fame”. Questo il titolo della campagna di raccolta fondi lanciata da Oxfam Italia in questi giorni: fino al 2 giugno, mandando un sms solidale (o anche da rete fissa) al numero 45505, si donano 2 euro «per coltivare un futuro migliore e un pianeta più giusto senza l’ incubo della fame», dice l’ Ong internazionale. «I fondi raccolti saranno destinati a migliorare le condizioni di vita delle donne e delle loro comunità, il loro accesso alle risorse, al credito e ai diritti fondamentali come la salute».

Oxfam conta di raggiungere 18.700 donne in Sud Africa, Cambogia, Sri Lanka, Honduras, Ecuador, Territori occupati palestinesi, Bosnia Erzegovina, Albania, Haiti, Ecuador, Repubblica Dominicana, Brasile, Marocco, Repubblica Democratica del Congo. «Su 1,3 miliardi di persone che vivono in estrema povertà nel mondo, più di due terzi sono donne e ragazze, la maggior parte di loro vive in zone rurali e il 70 per cento dei bambini che non hanno accesso all’ istruzione sono bambine», spiega Maurizia Iachino, presidente di Oxfam Italia. «Le donne guadagnano solo un terzo del reddito mondiale, ma l’ insieme delle loro ore di lavoro corrisponde ai due terzi di quello mondiale». «Secondo le Nazioni Unite», continua Maurizia Iachino, «colmare il divario delle donne che lavorano in agricoltura nei confronti degli uomini, in termini di opportunità e accesso alle risorse, potrebbe salvare dalla fame fino a 150 milioni di persone. Con i fondi raccolti garantiremo reddito e potere di acquisto a migliaia di contadine e di comunità agricole rafforzando la vendita dei prodotti nei mercati locali e incentivando la produzione attraverso pratiche agricole sostenibili. Le donne sono da sempre il motore del cambiamento. Per questo, sostenere una donna, rafforzare la sua autonomia, il suo potere e le sue competenze, significa aiutare la sua famiglia e la sua comunità a uscire dalla povertà».

La campagna di Oxfam Italia è sostenuta anche dalla conduttrice televisiva Ilaria D’ Amico e dalla cantautrice Malika Ayane, testimonial dell’ iniziativa di solidarietà. «Quest’ anno ho deciso di dare il mio contributo alla battaglia di Oxfam contro fame e povertà, che mette al centro le donne come chiave di cambiamento», dice Ilaria D’ Amico. «Quando la posta in gioco è la vita di milioni di bambini, donne e uomini la scelta degli strumenti è fondamentale e la grande esperienza e trasparenza di Oxfam è la garanzia necessaria. Le donne sono il motore del mondo soprattutto in quella parte del mondo dove la lotta contro le privazioni è una battaglia quotidiana». «Sono stata con Oxfam in Marocco», aggiunge Malika Ayane. «Ho incontrato donne poverissime, ma con occhi fieri, sognatori e coraggiosi. Oxfam Italia dà loro strumenti e sostegno formativo per trasformare in realtà i loro sogni di autonomia. Con la consapevolezza si crea sviluppo e così le basi per un popolo libero. Perché i figli di queste donne straordinarie possano scegliere per se stessi e non essere costretti all’ emigrazione come unica alternativa alla povertà».

Come donare:fino al 2 giugno al 45505 è possibile donare 2 euro con sms da cellulare Tim, Vodafone, Wind, 3, PosteMobile, CoopVoce, Noverca, 2 euro con chiamata da rete fissa TwT e 2 o 5 euro con chiamata da rete fissa Telecom Italia, Infostrada, Fastweb – è inoltre possibile, specificando la causale “No alla fame 2013”, fare offerte tramite:



• carta di credito/Paypal on line cliccando qui o al numero verde 800.99.13.99

• bollettino postale 14301527 intestato a Oxfam Italia

• bonifico bancario sul conto n. 000000102000 di Banca Etica (IBAN IT 03 Y0501 80028 00000000 102000) La campagna di raccolta fondi è sostenuta dal Segretariato sociale Rai, Mediafriends Onlus, LA7, Sky per il sociale.

Oxfam Italia, sia nei Territori Occupati della Cisgiordania che a Gaza, lavora soprattutto nel settore agricolo e dell’ allevamento, come pure nell’ organizzazione di cooperative che producono latte e formaggi. La maggior parte dei progetti dell’ Ong internazionale è finanziata da Echo, l’ agenzia umanitaria dell’ Unione Europea per l’ intervento d’ emergenza. «Si cerca di sostenere le attività economiche, in modo da aumentare la produzione e, di conseguenza, l’ autonomia delle famiglie palestinesi e beduine», spiega Umiliana Grifoni, coordinatrice dei progetti. «Operando sul versante agricolo, si rende anche la popolazione più radicata nel territorio, in modo che sia più difficile scacciarla e renderla profuga con un ordine militare, come avviene spesso».

Avviene di continuo, in realtà, che le comunità beduine vengano scacciate. Arif Daraghmeh, di Al Farassyia, nella valle del Giordano, ci mostra la lettera che ordina a lui e a tutta la sua famiglia di andarsene: è datata 27 dicembre 2012. «Dove volete che andiamo? Dobbiamo dar da mangiare ai nostri figli. La vita qui è molto dura. Non è permesso costruire nulla, non è permesso scavare pozzi per usare la nostra acqua, non è permesso fare nulla. In quest’ area ci sono 500 piccoli allevatori. La maggior parte di noi ha avuto la lettera di lasciare la zona, perché le strutture verranno distrutte. Il governo israeliano ordina di andare via perché questa è diventata zona militare».





“Firing zone”, le chiamano qui, ossia zone che l’ esercito israeliano intende usare per esercitazioni.

A Dkeika, nella zona di Hebron, è la stessa cosa. Uno dei capi della comunità beduina, Abu Nasser, spiega che tutte le famiglie hanno già ricevuto l’ ordine di evacuazione: si tratta di 300 persone. «Sappiamo che da un giorno all’ altro arriveranno le ruspe», dice. «D’ altra parte, dove possiamo andare? Hanno vissuto qui i nostri padri e i nostri nonni. Dovremo ricominciare da capo». Dentro l’ intera zona destinata a “firing zone” ci vivono circa 2.400 persone, divise nei villaggi di Istay al Foga, Istay al Tahta e Tuba.

Basta qualche dato per comprendere le conseguenze della politica di espulsione praticata da Israele: solo il 14,6% dell’ acqua disponibile è utilizzabile dai palestinesi; a loro è proibito scavare pozzi, mentre gli israeliani vanno a intercettare le falde profonde. Fra i Territori Occupati e Gaza, due terzi del territorio agricolo è inutilizzabile perché all’ interno delle “buffer zone”, le fasce-cuscinetto dove i palestinesi non possono accedere, oppure all’ interno dell’ “area C”, ossia in zona proibita, destinata a uso militare dall’ esercito israeliano.

Quanto ai commerci, di fatto le esportazioni sono rese impossibili dai controlli, ripetuti ed estenuanti, ma anche dalle procedure imposte dalla dogana israeliana: ad esempio, ogni container di imprese palestinesi costa 700 dollari in più rispetto a uno analogo delle aziende israeliane, perché circa un terzo deve essere lasciato vuoto per i controlli di sicurezza.

Oxfam Italia opera in questo quadro. Il principale settore di intervento sia nei Territori occupati che a Gaza è il sostegno agli allevatori di ovini. Le comunità beneficiarie sono per lo più beduine, vivono nella cosiddetta “Area C”, sotto controllo israeliano. L’ obiettivo dei progetti è fornire mezzi per una sussistenza dignitosa e per rendere quindi autosufficienti gli allevatori e le rispettive comunità, generando crescita economica e sviluppo. Gli interventi di cooperazione aiutano a ridurre gli spostamenti forzati e le espulsioni dalle zone “proibite” dall’ esercito israeliano. Oxfam agisce sempre in alleanza con partner locali.

A Tubas, nel Nord della West Bank, l’ Ong internazionale sostiene una fattoria modello, che produce anche mangimi e formaggi (è dotata di laboratorio caseario). Nella zona di Hebron (precisamente a Massafar Yatta) Oxfam sta realizzando un progetto finanziato da Echo per il trattamento e il riciclo delle acque reflue utilizzate per la produzione di foraggio, in collaborazione con Uawc, l’ associazione degli agricoltori palestinesi. Il progetto, realizzato in un’ area con scarsissime risorse idriche, oltre alle valenze ambientali ha un importante significato politico, dato che le autorità israeliane impediscono ai palestinesi di scavare pozzi e captare fonti d’ acqua.

A Gerusalemme Est Oxfam sostiene piccoli gruppi di donne delle 29 comunità beduine che producono formaggi e lavori di artigianato artistico (lana e ricamo), che entrano nel commercio della rete equo-solidale in Italia. Venti di queste comunità si trovano intorno ad Adummim Ma'ale e sono a rischio molto elevato di spostamento. Le autorità israeliane, infatti, prevedono di imporre l’ evacuazione forzata per ingrandire gli insediamenti dei coloni nella zona.

L’ altro importante intervento d’ emergenza (finanziato anche questo da Echo, l’ agenzia umanitaria dell’ Unione Europea, con un milione di euro) riguarda lo sviluppo dei mezzi di sussistenza per i pastori e le famiglie vulnerabili. I beneficiari sono le 2.615 famiglie dei pastori semi-sedentari o sedentari che vivono a Sud di Hebron, a Betlemme, a est della Valle del Giordano e nella Striscia di Gaza, cioè le comunità più colpite dagli effetti negativi del muro di separazione e dagli insediamenti israeliani. L'obiettivo del progetto è prevenire un ulteriore deterioramento delle condizioni di vita tra le famiglie che hanno nell’ allevamento la loro principale fonte di reddito. Il progetto prevede l’ assistenza veterinaria, la distribuzione di kit sanitari per il bestiame, le vaccinazioni e l’ inseminazione artificiale, mentre il trattamento delle acque reflue e la produzione di coltivazioni alternative adatte alla regione semiarida punta ad aumentare la produttività della terra e l’ accesso all’ acqua.

Infine, la distribuzione di foraggi nella Striscia di Gaza mira a sostenere gli allevatori identificati come i più vulnerabili. Le spese di foraggio costituiscono il 60% del costo sostenuto dagli allevatori, data la scarsità di terreno pascolabile a disposizione.

Otto abitanti di Gaza su dieci vivono di aiuti umanitari, e sono disoccupati. Cinque anni di blocco che ha isolato Gaza ha devastato il settore agricolo e quello della pesca, riducendo del 60% le attività economiche, con un costo di miliardi di euro per il commercio. I dati, quanto mai preoccupanti, provengono da un recente rapporto pubblicato da Oxfam Italia, intitolato Oltre il cessate il fuoco: mettere fine al blocco di Gaza. L’ Ong internazionale, nel documento, propone misure concrete e specifiche alla comunità internazionale e al governo di Israele perché si ponga fine alla situazione di segregazione che vive la Striscia di Gaza: «La gente di Gaza », dice Nishant Pandey, responsabile di Oxfam per i Territori Occupati Palestinesi e Israele, «ha bisogno di qualcosa di più del cessate il fuoco, ha bisogno che sia definitivamente cancellato il blocco».

Le conseguenze dell’ isolamento sono pesantissime: l’ ingresso delle merci a Gaza tramite i varchi controllati da Israele è al 40% del livello precedente alla chiusura. La vendita di prodotti provenienti da Gaza resta proibita nei mercati tradizionali, in Cisgiordania e Israele, con le esportazioni al livello del 2-3% rispetto al giugno 2007. Gli spostamenti tra la Striscia di Gaza, la Cisgiordania e Israele sono all’ 1% rispetto a quelli del settembre 2000. Le autorità israeliane, nel 2000, registravano ogni mese più di 500 mila entrate da Gaza verso Israele e la Cisgiordania. Oggi la cifra è di 4.000 passaggi. Il blocco di Gaza ha spinto le imprese palestinesi a ricorrere ai tunnel di Rafah, che collegano Gaza all’ Egitto, lungo il confine Sud della Striscia. Attualmente il 47% dei beni per uso civile arriva attraverso queste gallerie. Oxfam, nel documento, chiede la riapertura dei valichi perché «fornirebbe alternative economicamente più valide e sicure rispetto ai tunnel (attraverso i quali avviene anche il contrabbando delle armi), e assicurerebbe possibilità migliori per controllare il movimento dei prodotti che entrano ed escono da Gaza».

«Negli ultimi cinque anni»,  aggiunge Martin Hartberg, consigliere di Oxfam per la regione, «abbiamo lavorato per migliorare le condizioni di vita dei palestinesi a Gaza, ma fin quando c’ è il blocco non possiamo far altro che usare un secchio per salvare una nave che affonda. Spetta agli israeliani, ai palestinesi e ai leader mondali realizzare i cambiamenti permanenti di cui la popolazione ha bisogno. Oltre ad una completa cessazione della violenza da entrambe le parti, è indispensabile concedere ai palestinesi di Gaza la possibilità di muoversi in sicurezza tra Gaza e Cisgiordania, costruire reti commerciali e ridurre la dipendenza dall’ aiuto internazionale. Fino a quando i palestinesi della Striscia rimangono isolati, le prospettive di pace tra israeliani e palestinesi restano lontane e le opportunità di ripresa economica per Gaza ancora più remote». Secondo il Rapporto, a causa delle restrizioni sulla terra coltivabile all’ interno della cosiddetta “zona cuscinetto” – un’ area di divieto imposta da Israele all’ interno del perimetro di Gaza e che comprende il 35% della terra coltivabile dell’ intera Gaza – il raccolto agricolo si è  ridotto di 75 mila tonnellate, con una perdita di 50,2 milioni di dollari all’ anno per gli agricoltori. D’ altro canto, anche  prima della escalation bellica del novembre 2012, più del 40% delle famiglie palestinesi che vivono a Gaza si trovava in condizioni di insicurezza alimentare, e la metà dei giovani erano disoccupati. Da quando il blocco è iniziato, nel 2007, quasi sei imprese su dieci sono fallite e un ulteriore 25% è stato costretto a licenziare l’ 80% del personale.

Il progetto investe sui bambini (foto Scalettari
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