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Un secolo e mezzo per gli ultimi

Nata nel 1864 per volontà dei marchesi Giulia e Tancredi Barolo, l’ istituzione benefica di Torino oggi come allora opera a servizio dei più svantaggiati e vulnerabili. Con nuove sfide: la prossima è l’ housing sociale per persone e famiglie in difficoltà.


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Nel 1864 erano ospedali, scuole, case famiglia, rifugi per ex detenute e bambini disabili: tutti interventi che a quell'epoca rappresentavano una rivoluzione. Oggi ci sono nuove sfide, a cominciare dall'housing sociale, uno strumento per aiutare chi resta senza casa, travolto dalla crisi.

Cambiano i tempi e le forme del disagio sociale, non cambia lo spirito con cui da un secolo e mezzo l'Opera Barolo di Torino si mette al servizio degli ultimi. Centocinquant’ anni di impegno, un traguardo che l'istituzione piemontese vuole festeggiare con la concretezza delle azioni più che con le parole. La radice di tutto sta nel carisma di due persone: la marchesa Giulia di Barolo (nel ritratto di copertina) e il marito Tancredi, due luci di speranza nella Torino dell'Ottocento, travagliata da stridenti contrasti e forme di povertà non meno crude di quelle attuali.

Nati in una condizione di privilegio, i marchesi impiegarono gran parte delle loro energie e dei loro beni nel migliorare la vita di chi stava ai margini e dare dignità a chi non ne aveva. Per entrambi è in corso un processo di beatificazione.

Fu proprio Giulia di Barolo, nel 1864, a costituire l'Opera, come erede universale del proprio patrimonio sociale, culturale ed economico. A distanza di un secolo e mezzo, il pensiero di questa donna straordinaria continua a stupire per la modernità e la lungimiranza. La marchesa (cui tra l'altro si deve una riforma carceraria, proposta e scritta insieme alle stesse detenute) concepiva il sostegno sociale non come semplice assistenzialismo, ma come strumento per rimettere in moto le energie delle persone. Oggi il suo impegno si chiamerebbe "welfare produttivo".

La traccia di questa luce è ancora ben visibile a Torino. Nel quartiere Aurora, a due passi dal mercato di Porta Palazzo (zona problematica, punto d'arrivo di antiche e nuove migrazioni) sorge il Distretto Sociale dell'Opera Barolo.  È un intero isolato, testimonianza di come questa istituzione abbia saputo "fare sistema", coinvolgendo nei suoi interventi molte altre realtà.

L'esempio sta nella vita stessa dei marchesi Barolo, la cui opera si intrecciò con quella di altre grandi personalità del tempo, a cominciare da santi sociali del calibro di don Bosco

Oggi all'interno del distretto operano 13 realtà di promozione sociale, attive in molti ambiti, dall'assistenza alle donne rifugiate fino alla cura delle tossicodipendenze, senza dimenticare i tanti progetti educativi.

È qui che nella primavera 2015, grazie anche alla collaborazione col settore pubblico (Regione Piemonte e Comune di Torino) partirà un nuovo progetto di housing sociale. A ospitarlo sarà un complesso di 3 mila metri quadri, con 43 "alloggi" (anche se il termine non è del tutto esatto, perché l'intento è quello di privilegiare al massimo gli spazi comuni).

Vi troveranno accoglienza 81 persone in emergenza abitativa per un periodo massimo di 18 mesi. Si incontreranno storie diverse. Gli ospiti, infatti, saranno famiglie rimaste senza casa per la perdita del lavoro, singoli messi in ginocchio dalla crisi o dalla rottura del nucleo familiare, ma anche soggetti svantaggiati, in uscita da percorsi di accompagnamento sociale.

Proprio perché immersa in una rete di realtà impegnate nell'accoglienza, nell'educazione, nell'avvio al lavoro, nel sostegno sanitario e psicologico, la struttura sarà in grado di favorire il reinserimento sociale di chi vi abiterà.

Una nuova sfaccettatura, dunque, si aggiunge a una lunga storia di impegno. «Il pensiero e le attività dei Marchesi sono da sempre la linfa vitale del nostro agire. E al loro modo di guardare la realtà cerchiamo di restare fedeli», spiega Andrea Angeli, consigliere Opera Barolo. «Di sicuro, però, nel tempo sono mutati alcuni equilibri. Se in passato a gestire i progetti erano soprattutto congregazioni religiose, oggi sono subentrate realtà diverse, e sempre più spesso l'Opera agisce in prima persona, non solo come amministratrice di beni».

Il tutto con un amore per la discrezione tipicamente sabaudo, come ricorda il vicepresidente Luciano Marocco: «Da sempre cerchiamo di far nostre le parole dei marchesi, secondo cui "Servire la città nel silenzio è un onore"».

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