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Clima: tira una brutta aria, per i poveri

A Cancun, in Messico, i Governi discutono di cambiamenti climatici, pressati dall'opinione pubblica che chiede di ridurre l'inquinamento. Ecco un originale diario del vertice.


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Cancun (Messico), dicembre 2010.

La sessione inaugurale del segmento di alto livello della Conferenza  dell'Onu sui cambiamenti climatici in corso a Cancun è stato un momento alquanto significativo. Innanzitutto per la cerimonia di apertura animata da danze e canti di cultura Maya dedicati alla madre terra. Nell’ attuale contesto dei negoziati fare memoria del rispetto per il pianeta nutrito dai nostri antenati suona tutt’ altro che retorico. E', piuttosto, un monito per chi ripetutamente violenta l’ ambiente e pregiudica - in pochi decenni - quanto conservato e tramandato per secoli anche a nostro beneficio.

      In secondo luogo, il momento è stato degno di nota per quanto affermato dal Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki Moon, e dalla Segretaria esecutiva della Convenzione-quadro sui cambiamenti climatici, la signora Christiana Figueres Olsen. Due interventi che permettono di leggere il fallimento di questo negoziato, oggi non escludibile, anche alla luce dei suoi impatti sulle popolazioni.

I POVERI PAGANO IL PREZZO PIU' ALTO PER I MUTAMENTI DEL CLIMA

     Lo ha affermato senza mezzi termini la Figueres la quale ha sostenuto la necessità di condurre i lavori che rimangono prima della chiusura della Conferenza partendo da una valutazione “onesta” delle conseguenze che i cambiamenti climatici hanno sulle popolazioni povere e vulnerabili del pianeta, e non sui pochi privilegiati che vivono nei Paesi sviluppati. Se gli interessi dei singoli Paesi configgono con quelli globali, sempre secondo la Figueres, i Governi nazionali presenti a Cancun devono verificarli alla luce del futuro del pianeta. Anche il Segretario dell'Onu, Ban Ki Moon non ha certo adottato un vellutato linguaggio diplomatico. Anzi. I poveri, ha detto senza mezzi termini,  non possono più attendere oltre gli aiuti promessi loro per adattare le loro economie e le loro produzioni a standard compatibili con la sostenibilità ambientale. Si tratta dei 30 miliardi di dollari per la cosiddetta fase “fast-start” (le prime azioni da intraprendere nel periodo 2010 – 2012) e dei 100 miliardi all’ anno sino al 2020 promessi nella scorsa Conferenza di Copenaghen. 

      Stiamo parlando di somme ingenti, ma anche di impegni solennemente assunti dai Paesi ricchi e dei quali sino ad oggi non si vede traccia. Gli Obiettivi di sviluppo del millennio, ha affermato Ban Ki Moon, non possono essere raggiunti senza un’ adeguata lotta ai cambiamenti climatici e senza sicurezza ambientale non vi sarà sicurezza per nessuno.

       Lo ha testimoniato con parole inequivocabili il vicepresidente della Repubblica di Micronesia, un pugno di piccole isole del Pacifico, che - senza decisioni urgenti per arrestare l’ aumento della temperatura terrestre e limitarla a 2 gradi centigradi -  vedranno tutta la loro popolazione costretta a emigrare perché la terra sarà sommersa dalle acque a causa dell’ innalzamento del livello del mare. Un destino che attende altre decine di milioni di persone abitanti le zone costiere di altri Paesi e, paradossalmente, che sarà condiviso da altrettanti uomini e donne che saranno costrette a fuggire dalla desertificazione che sta aggredendo le terre fertili da essi coltivate.

     Sono punti di vista che inducono a riflettere in modo ancora diverso rispetto alla giusta e doverosa preoccupazione per l’ ambiente, le risorse naturali e l’ estinzione di alcune specie animali. In gioco a Cancun c’ è il destino di centinaia di milioni di persone soprattutto dei poveri e dei più vulnerabili. Forse, la stessa sopravvivenza della specie umana.

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Sergio Marelli, segretario generale della Focsiv, la Federazione italiana che coordina gli organismi cristiani di servizio internazionale volontario .
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