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Tra metodo danese e metodo giapponese qual è la ricetta per crescere bambini felici

In Danimarca si punta sul gioco libero, sulla spontaneità e il pensiero positvo, in Giappone sull'ordine e le regole. Secondo lo psicoterapeuta Alberto Pellai l'unico segreto è una relazione serena, improntata sull'amore e sulla speranza


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Negli ultimi due anni, ci sono stati due fenomeni editoriali che hanno cercato di spiegare a mamme e papà  (e non solo)  due metodi per “stare al mondo”  che hanno interessato migliaia di lettori: il metodo danese per crescere bambini felici e il metodo Kakebo per mettere ordine e avere il controllo di tutto ciò che può diventare caotico nella nostra vita (e noi genitori sappiamo quanto crescere un figlio possa spesso trasformarsi in un’ esperienza molto, molto caotica).

Ne “Il metodo danese per crescere bambini felici” (pubblicato in Italia da Newton & Compton) a mamme e papà viene  fornito il codice di accesso alla felicità secondo quanto avviene in Danimarca, nazione che da anni si trova ai primi posti nelle classifiche mondiali che valutano gli indicatori di qualità della vita e socio-economici associati a tale dimensione. Sembra che in questa nazione di meno di sei milioni di abitanti soprattutto la crescita dei bambini nella prima e nella seconda infanzia poggi su alcuni capisaldi che li rendono poi capaci di affrontare le successive tappe del proprio ciclo di vita con sufficienti competenze per diventare adulti  perseguendo un elevato livello di soddisfazione per ciò che si è e ciò che si fa della e nella propria esistenza.  In base a quanto codificato come “metodo danese” la formula della felicità può essere conquistata solo grazie a sei ingredienti: giocare in modo libero e destrutturato, ricevere lodi adeguate  e non gratuite o sperticate, pensiero positivo (ovvero capacità di trovare il lato positivo anche quando accadono eventi avversi), empatia e capacità di sintonizzarsi sugli stati emotivi degli altri, assenza di punizioni corporali e uno stile famigliare intimo e allegro, dove si sta insieme per e con la gioia di condividere relazioni nutrienti. Il metodo danese sembra attribuire grande importanza a due elementi cruciali all’ interno del progetto educativo: la relazione calda e affettuosa con adulti disponibili, interessati e coinvolti con il bambino stesso e la promozione dell’ espressività del bambino, con il rispetto dei suoi tempi di crescita, dei suoi ritmi naturali e della sua spontanea propensione a giocare e a  coinvolgersi in attività divertenti.

A questo modo di pensare al bambino e di crescerlo, si contrappone il metodo giapponese tutto basato invece sul concetto di ordine ed essenzialità. Il tema dell’ ordine è diventato “epidemico” in libreria dopo l’ enorme successo ottenuto dal Metodo Kakebo di Marie Kondo (pubblicato in Italia da Vallardi) da cui sono poi derivati altri infiniti titoli che hanno spinto a tenere in ordine qualsiasi cosa, compresa  la crescita dei figli. In Giappone “l’ ordine” sembra essere la priorità di tutto, anche dell’ educazione. Fin da piccoli i bambini devono imparare che ogni cosa ha il suo posto e che tutto nella vita deve trovarsi dove ci si aspetta che sia. Questo comporta che “regola, schema, essenzialità, prevedibilità” diventino parole chiave anche nel progetto educativo,  per chi cresce nel paese del Sol Levante. E’ naturale che una società dove il tema dell’ ordine e dello spazio rappresenta un elemento di sopravvivenza fondamentale (in Giappone si vive in casa piccolissime e tutto è sviluppato in verticale perché su una superficie ridotta vivono tantissime persone ed è stata sviluppata una complessa architettura di attività produttive e commerciali che non ha uguali nel mondo) promuova anche un concetto di educazione basato su regolarità e assenza di imprevisti.
Se il modello danese spinge verso una realizzazione di sé basata sull’ innovazione e la scoperta, quello giapponese sembra più ancorato al bisogno di promuovere un necessario conformismo e adeguamento alle aspettative del contesto socio-culturale di riferimento. 

Al di là degli approcci molto differenti tra loro, forse quello che colpisce è il bisogno che noi mamme e papà abbiamo oggi di trovare dentro ad un libro, un modello e un metodo che ci dica come sostenere la crescita di un figlio e orientarla alla felicità. Forse la maggiore fragilità che sentiamo appartenerci e che è stato molto amplificata dal relativismo culturale ed etico degli ultimi decenni, ha reso noi genitori meno sicuri e più titubanti rispetto a ciò che siamo e a che cosa fa bene ai nostri figli nella relazione con noi. Come psicoterapeuta sono convinto che la felicità per un figlio non stia dentro un metodo, ma dentro ad una relazione con chi lo ha messo al mondo e lo ama. Soprattutto,  un bimbo potrà essere felice se accanto a sé ha persone felici, ovvero persone consapevoli del proprio progetto di vita e capaci di affrontare la vita con resilienza ed equilibro, in grado di guardare al futuro con speranza. Tutte cose per le quali non esistono ricette e tanto meno un metodo.

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