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Sulla mia pelle: nel film sul caso Cucchi lo sconfitto è lo Stato

Alessandro Borghi lavora sul suo corpo per interpretare il ragazzo abbandonato dalle istituzioni nel film di Alessio Cremonini proiettato a Venezia


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SULLA MIA PELLE: IL FILM SUL CASO CUCCHI

L’ uomo, la vittima. Una delle pagine più nere della cronaca italiana prende vita sullo schermo. Il caso Cucchi, la storia del ragazzo che fu fermato e non uscì vivo dalla caserma. Ancora oggi la verità non viene a galla. Le percosse dei Carabinieri, la violenza, il rifiuto delle cure: non esiste un verdetto, una sentenza definitiva. Il regista Alessio Cremonini non si schiera, mette in scena i fatti. Un film rischioso, che poteva essere di parte, si trasforma in un brivido d’ autore.

Sulla mia pelle è il ritratto di un ragazzo solo nel suo dolore, abbandonato dalle istituzioni. Ma la macchina da presa non condanna, segue gli atti dei processi, cerca la verità. Un lungometraggio di finzione (che sfiora anche il documentario) pulito, rigoroso, diventa lo specchio di un Paese in crisi. Chi è il vero nemico? I criminali, le forze dell’ ordine? Chi ne esce sconfitto è lo Stato, che non sa trovare la verità su un giovane che ha chiuso la sua vita in modo assurdo e oscuro.

I lividi, la pena, la sofferenza. Cremonini la descrive, non la esalta. Evita la retorica, gira con maturità. Riprende Cucchi sempre dal basso, per mettere in risalto le ombre del suo viso, gli occhi spenti. Si ispira a Pasolini, al protagonista di Accattone, che dalla periferia corre verso la propria fine. Muore la speranza, la fiducia. Alessandro Borghi, che interpreta Cucchi, si mette a nudo. Lavora sul suo corpo, dimagrisce, si contorce. Il suo personaggio non si ribella, tace per paura. Quando parla è come se non venisse ascoltato. Nessuno presta attenzione ai suoi lamenti, nessuno vuole salvarlo dal baratro in cui è caduto. Nella notte forse solo un amico immaginario (o reale, ma poco importa) gli risponde.

Chi dovrebbe prendersi cura di lui cerca di evitare le responsabilità. Lui intanto viene spostato da una cella all’ altra. Giace immobile su una branda, in inquadrature simmetriche. Il muro bianco, il pavimento scuro, e lui al centro.

I carnefici non vengono condannati, le percosse si intuiscono ma non vengono mostrate. Dall’ altra parte ci sono i genitori, che non hanno notizie, vorrebbero vedere il figlio ma non è permesso. L’ avvocato gli è stato assegnato d’ ufficio e rifiuta di informare la famiglia, di fornire una spiegazione. Il campanello suona nella notte, arrivano le perquisizioni, i Carabinieri che cercano la droga. Poi il silenzio. I diritti della persona che non vengono riconosciuti, la difficile battaglia che inizia.

Un film militante, un pugno nello stomaco. Sulla mia pelle apre la sezione Orizzonti e riceve applausi partecipi e calorosi. In cento minuti racconta la perdita di umanità, si augura che cose simili non debbano più accadere. Ma poi si conta il dato dei morti in carcere negli ultimi anni, e sono tanti, troppi. La tragedia di Cucchi è attuale, certe risposte forse non arriveranno mai. E allora c’ è una ragione in più per essere grati al cinema, che lancia un grido necessario.

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