Volontari, il liceo in missione

I ragazzi dell'istituto "Enrico Fermi" di Salò hanno scelto una vacanza scolastica diversa: andare in due missioni in Tanzania a fare volontariato. Una forte esperienza educativa.

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C’ è differenza tra il visitare l’ Africa da turista e il viverla da volontario, e a 17 anni Enrico Frazzini l’ ha già capito: «Ero stato in Kenya in vacanza con la mia famiglia, servito e riverito in albergo, e questa volta in Tanzania non sapevo cosa aspettarmi. È stata un’ esperienza molto più forte di quanto pensassi, con emozioni diverse da quelle solite. Per esempio, giocare con bambini malati pieni di problemi, a rischio di morte, e vederli sorridere felici, disposti a rimanere sotto una pioggia forte pur di continuare il gioco con te...».

Enrico è l’ unico studente maschio nel gruppo di 15 alunni del liceo Enrico Fermi di Salò, in provincia di Brescia, che hanno trascorso le vacanze di Natale e Capodanno come volontari in due missioni della Tanzania: il “Villaggio della gioia” di Dar es Salaam, che ospita 120 orfani, e il “Villaggio della speranza” a Dodoma, con 160 bambini orfani malati di Aids. Il fatto singolare è che questo viaggio (che per loro sarà a tutti gli effetti la gita scolastica dell’ anno) è stato proposto e organizzato dalla scuola. Beninteso: il costo lo hanno coperto i ragazzi, così motivati da lavorare in molti d’ estate e nei fine settimana in ristoranti e pizzerie e da dare un taglio ad altre spese che si fanno alla loro età.

Ma l’ idea, l’ assistenza e l’ accompagnamento sono opera di alcuni docenti, con il totale avallo della presidenza. Osserva il preside Francesco Mulas, reggente scolastico per quest’ anno: «Il liceo è molto aperto a scambi sul territorio e verso l’ esterno e l’ estero, e l’ idea del corpo docente è che formi non solo futuri professionisti, ma cittadini consapevoli capaci di una lettura critica del mondo».

L’ iniziativa è partita nel febbraio 2008 dall’ idea di Massimo Sgarbi, insegnante d’ inglese: «Dopo anni che, come scuola, facevamo scambi culturali con l’ estero, ci è venuta voglia di aggiungere la possibilità di dare una mano a chi ha bisogno. La prima volta abbiamo utilizzato la normativa sugli scambi culturali, ma negli ultimi tre anni siamo andati in Tanzania durante le vacanze di Natale o di Pasqua». Il professor Sgarbi li ha accompagnati cinque volte, «e per me è stata l’ esperienza sia professionale sia umana più straordinaria che abbia fatto. Quanto ai ragazzi, permettere loro, a questa età, di incontrare missionari di spessore è un bel passo. Di sicuro non rimangono indifferenti».

In effetti, mentre raccontano a noi i loro giorni in Africa, Enrico Frazzini e le sue 14 compagne di scuola e di viaggio mostrano tutto tranne che indifferenza. Compassione, come Martina Baccolo, 16 anni: «Era triste vedere la gente per strada, che dormiva per terra, e aveva gambe magrissime per la povertà ». Ma anche gratitudine: «Mi sono sentita a casa perché ci dimostravano ospitalità e apertura, anche se noi eravamo i “bianchi ricchi”. A Milano qualcuno che ti dia il benvenuto sembrerebbe stranissimo, là è normale».
Riflessione, come Alessia Bonato, 17 anni: «I bambini non osservano come sei vestito, ma ti guardano proprio negli occhi. Gli basta che giochi con loro. D’ ora in poi non vorrei più fare la turista, perché non stai a contatto con le realtà di vita. E mi piace il volontariato, inizio un corso con la Croce rossa». Maturità, come Silvia Foresti, 18 anni: «È la seconda volta che vado, perché l’ Africa mi ha colpito nel cuore. Vivono senza tetto, letto, cibo e sono felici così. Noi abbiamo tutto e vorremmo sempre di più. Mi piacerebbe diventare medico, e dopo essere utile là».

Finora 80 ragazzi del liceo di Salò hanno affrontato questa gita scolastica anomala, durante la quale svolgono lavori manuali necessari ai Villaggi e stanno con i bambini, li fanno giocare e ridere, aggiungendo la loro energia giovanile a quella dignità di vita, alle cure e all’ istruzione che i missionari garantiscono a tanti piccoli sottratti alla sofferenza e all’ abbandono. Chiedendo ai nostri 15 se siano tornati diversi, la risposta è corale: «Sì, perché abbiamo riscoperto i valori. Vediamo con occhi diversi la nostra realtà: abbiamo troppe cose e non riusciamo a vivere con semplicità». E lo affermano con la naturalezza bella e vitale che i giovani positivi mettono in tutto, anche nel fare il bene.

Da loro non si aspettava niente di meno il professor Fabrizio Galvagni, docente di italiano e latino, che li ha accompagnati due volte in Africa: «Quando si semina, qualcosa cresce. Anche in chi al momento non lo dimostra, il seme lavora. E ci sono testoline e cuoricini che rispondono subito, e ti danno più soddisfazione di quando fanno una versione di latino riuscita bene».

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