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Storie di prossimi (ri)congiunti

L'integrazione dei migranti nel nuovo tessuto sociale è la sfida del terzo millennio: il diritto all'unità familiare va rispettato, sostenuto, accompagnato. Soleterre lo fa a modo suo


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Welfare transnazionale, genitorialità a distanza, coesione familiare e ricongiungimento: argomenti "tosti", con poche luci, parecchie ombre e moltissime famiglie coinvolte. Meglio fare finta di niente. Per i più ma non per tutti, come i cooperanti di Soleterre che da qualche anno hanno fortemente voluto attivare un progetto ambizioso, a tratti faticoso, indubbiamente efficace, nonostante già a priori ci fosse la consapevolezza che questo non è esattamente il genere di argomenti che risveglia l'attenzione dei media, il coinvolgimento emotivo dei sostenitori e il finanziamento dei partner. «È uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo», per citare Charles Dickens. Per non fare confusione, è bene partire chiarendo il significato dei termini: gli stranieri già presenti in Italia hanno diritto a un permesso di soggiorno per motivi familiari se convivono con determinati familiari. In particolare, il permesso di soggiorno per "coesione famigliare" viene rilasciato allo straniero già presente sul territorio italiano; il ricongiungimento, invece riguarda i familiari che si trovano all'estero. I requisiti richiesti per entrambe le procedure sono gli stessi e insistono sul rapporto di parentela, sul reddito e sull'alloggio. La coesione familiare può essere richiesta dagli stranieri regolarmente presenti in Italia in favore del coniuge maggiorenne non legalmente separato, dei figli minori non coniugati a condizione che l'altro genitore, se esistente, abbia dato il consenso, dei figli maggiorenni a carico che non siano in grado di provvedere alle proprie esigenze di vita a causa di invalidità totale, dei genitori a carico, se non hanno altri figli nel Paese di origine o provenienza, oppure genitori con più di 65 anni, se gli altri figli non possono mantenerli per gravi documentati motivi di salute. In ogni caso è necessario che il familiare per cui si richiede la coesione sia regolarmente presente in Italia,e quindi titolare a sua volta di un permesso di soggiorno. Vi è anche un'altra ipotesi: quella degli stranieri conviventi con i parenti ento il secondo grado o con il coniuge di nazionalità italiana. Bene, in questi casi la coesione può essere richiesta anche se lo straniero è irregolarmente presente in Italia. A differenza del ricongiungimento, per la coesione familiare non è previsto il rilascio del nulla osta per effettuare la coesione e può essere richiesta tramite il kit potale a cui va allegata l'apposita documentazione. Solo così verrà rilasciato un permesso di soggiorno di durata pari a quello del familiare con cui si è effettuata la coesione. Tutto chiaro? Forse dal punto vista puramente tecnico. Ma come accade spesso su materie tanto delicate, non c'è caso assimilabile a un altro. E ancora, la componente emotiva, la cultura di appartenenza, la burocrazia inaccettabile rendono unico ogni percorso di tutela e rispetto dell'unità familiare.

Il progetto di Soleterre a Milano si è rivolto inizialmente ai cittadini latino americani che nel capoluogo lombardo costituiscono una presenza importante, in costante ascesa, tanto da essere arrivata alla fine del 2011 a rappresentare il 20% dei residenti stranieri. Si tratta di una "comunità" molto giovane sia in relazione all'età (i minori sfiorano il 20%) sia alla velocità con cui si è affermata, caratterizzandosi in una prima fase per un flusso migratorio di madri sole primomigranti. Proprio loro, le donne, sono le protagoniste principali di queste tormentate storie di ricongiungimenti: loro che hanno deciso o sono state costrette a lasciarsi alle spalle il proprio Paese e, spesso, dei figli ancora molto piccoli per un futuro tutto da scrivere. Loro che vivono il senso di colpa per l'abbandono e devono gestire la stanchezza di vite lavorative oltremodo impegnative. Loro che appartengono a una cultura fortemente machista e, non raramente, devono subire violenze, minacce e prevaricazioni. Loro che, appena possono, se non hanno perso per strada anche la speranza, tornano a casa e non resistono alla tentazione di riunire la famiglia portando in Italia i figli. È così che vengono avviati percorsi di ricongiungimento, prevalentemente con minori, de facto o de jure: Milano è storicamente piuttosto "generosa" nei confronti del rilascio dei permessi per motivi familiari. Ma se da un lato questo rappresenta un punto a favore del diritto dell'unità familiare, dall'altro, inevitabilmente, non tiene conto del fatto che a famiglie rimaste lontane anni non basta tornare a vivere sotto lo stesso tetto per cancellare i traumi della separazione e affrontare un vero progetto di integrazione nel nuovo tessuto sociale.

La parola chiave, dunque, è "servizi": quelli che le famiglie immigrate, in particolar modo di origine latino americana, non conoscono, ignorano o evitano. Più spesso la richiesta di aiuto ha un iter che in una prima fase passa esclusivamente dai consigli e le indicazioni del contesto sociale e familiare in cui si è inseriti: e se da un punto di vista "umano" parenti e amici della stessa comunità possono costituire una risorsa, tecnicamente, da un punto di vista della mera efficacia, rischiano di costringere la mamma a un inutile spreco di tempo e di energie fisiche ed emotive. I progetti familiari dei migranti, infatti, visti in un'ottica a 360 gradi, sono più complicati dei documenti che pure servono per avviare i percorsi di coesione e/o ricongiungimento. Accanto alle problematiche di famiglie che si costituiscono ex novo, la maggior parte si riuniscono dopo lunghe separazioni. In questi casi la ricomposizione, se non debitamente supportata e accompagnata, può essere irreversibilmente traumatica: ci sono affetti da ricostruire, piccole abitudini da ritrovare, difetti da sopportare e caratteri da (ri)conoscere. Ma non solo, è necessaria una ridefinizione del ruolo genitoriale come modello educativo di riferimento. "Mamma" e "papà" sono parole che devono essere nuovamente riempite d significato autentico: pronunciarle e basta, senza considerare chi e cosa rappresentano, è un ostacolo per superare il quale servono impegno e pazienza. Lo scontro è sempre dietro l'angolo. Rinfacciare ciò che avrebbe dovuto essere e non è stato diventa un'arma di ricatto a cui i minori, specialmente quelli problematici in età adolescenziale, adottano per ferire le madri, alimentandone il senso di colpa e la frustrazione.

Sarebbe dunque meglio dimenticarli? Come si fa a chiedere a una madre di cancellare dalla propria memoria i figli per quanto distanti migliaia di chilometri? È impossibile anche se il diritto all'unità familiare, sebbene sia riconosciuto come fondamentale da convenzioni e trattati internazionali, a livello di applicazione nazionale incontra ancora parecchie difficoltà. Soprattutto i requisiti richiesti per avviare e completare positivamente le procedure di ricongiungimento sono rigidi e inderogabili: gli standard di stabilità del contratto di lavoro, di reddito, di dimensioni e decoro dell'alloggio non sono semplici da raggiungere. E poi c'è la fretta che, tra tutti, si conferma la peggiore consigliera: quando i termini stanno per scadere, quando i figli stanno per diventare maggiorenni, si casca in errori grossolani che compromettono l'intero percorso di ricongiungimento, impedendolo o realizzandolo per vie irregolari o dettate da situazioni contingenti. Come si intuisce, in ballo ci sono tante, troppe variabili: con il risultato finale che a farne le spese è l'integrazione dei figli nella nuova dimensione. Che a farne le spese è la famiglia tutta incapace di esternare e superare i propri disagi. Che a farne le spese è l'intera esperienza migratoria, già fonte di sofferenze assortite, e nemmeno coronata dallo straccio di un lieto fine.

L'impegno di Soleterre, su livelli differenti, con strumenti mirati, ha tracciato il solco per percorsi personalizzati basati sulla conoscenza profonda del singolo caso, proponendosi come interlocutore privilegiato nel sostegno alle famiglie in vista di un maggiore e migliore radicamento sul territorio: da qui la decisione di puntare a forme di orientamento e accompagnamento non solo per tutti gli aspetti che concernono la fruizione dei servizi, ma anche dell'intero progetto familiare e migratorio. Grazie a un prezioso lavoro di rete con altri partner, l'organizzazione ha inteso favorire l'assimilazione e la successiva elaborazione del processo migratorio legando la storia individuale a quella familiare e, dove possibile, sostenendo i ruoli genitoriali, condividendo il progetto di crescita, facendo da ponte reale tra il paese d'origine e quello 'accoglienza. Le forze messe in campo sono state dunque molteplici. Il successo di questo progetto affonda le proprie radici proprio nell'approccio multidisciplinare: una psicologa, un'assistente legale, una mediatrice interculturale hanno custodito le vicende umane di individui e gruppi familiari nello sforzo costante di creare le condizioni ideali per il ricongiungimento, sia che questo si fosse già realizzato, sia, a maggior ragione, se ancora ci fosse dello spazio per preparare il terreno.

In una situazione-tipo "ideale", il primo step è la comunicazione delle informazioni necessarie a soddisfare la specifica esigenza del migrante che si rivolge allo sportello di Soleterre. Un incontro che normalmente avviene grazie all'instancabile lavoro di mediazione interculturale e alle collaborazioni attive con associazioni di migranti presenti sul territorio, sia in Italia sia nel Paese d'origine. La consulenza legale gratuita rappresenta già un passo successivo, quello in cui, per intendersi, il migrante viene a conoscenza dei propri diritti e di quelli dei propri figli: la presenza di un avvocato al proprio fianco rende l'espletamento delle procedure soltanto una pratica da sbrigare e non un monte da scalare. L'accompagnamento socio-psicologico è probabilmente la fase più delicata: qui entrano in gioco i sentimenti, l'identità, il senso di appartenenza e Soleterre offre tanto ai genitori quanto ai figli, sia a distanza che nel ricongiungimento, gli strumenti per affrontare le diverse fasi del ciclo di vita familiare. A corollario dell'iter, gruppo di auto-aiuto nel supporto alla genitorialità e laboratori o attività di socializzazione per favorire l'integrazione dei giovani. È ovvio, un passaggio non esclude o implica necessariamente gli altri. Anzi.

Quando si parla di welfare transnazionale si fa esattamente riferimento alla modalità di intervento messa a punto da Soleterre a Milano con le famiglie salvadoregne: la differenza con altre esperienze di accompagnamento al ricongiungimento sta proprio in questo. La creazione di un network capace di travalicare i confini nazionali nel segno dei servizi consente una visione d'insieme, un punto di vista davvero privilegiato, sul singolo caso che si va ad affrontare. Omogeneità e coordinamento delle metodologie di intervento: solo passando attraverso l'accesso a spazi fisici riconoscibili, piattaforme di comunicazione a distanza comuni, equipe professionali multidisciplinari sia in Italia sia nel Paese d'origine si riescono a pianificare attività che abbiano insito il carattere della progettualità sul breve, medio e lungo periodo. Attualmente in El Salvador sono attivi due centri a San Salvador e a Conceptiòn, i territori di principale emigrazione verso l'Italia. Le videochiamate tramite Skype, assumendosi l'onere di andare a "recuperare" i minori anche in zone rurali per creare un momento di confronto, di familiarità (paradossale se confrontato con qualsiasi altra situazione madre-figli) a distanza ha rappresentato un'occasione straordinaria di aprire finestre che altrimente, facilmente, sarebbero rimaste sigillate. A fine maggio 2012, dopo quasi un anno di vita del progetto, Soleterre ha accolto 80 casi familiari per un totale di 92 persone: tra questi solo il 15% si è rivolto al servizio per prepararsi al ricongiungimento (soprattutto con minori), mentre la maggioranza si è presentata a giochi ampiamente fatti. La circostanza per cui El Salvador non ha obbligo di visto verso l'Italia e le procedure di regolarizzazione della coesione familiare, quindi, devono avvenire in Italia senza l'anticipo del visto per motivi familiari ha facilitato riunificazioni de facto, le più difficili su cui intervenire nei casi in cui ce ne fosse bisogno perché alcune deviate dinamiche si consolidano, diventano la normalità e la distanza genitori-figli, che ora vivono sotto lo stesso tetto, aumenta.

Incontriamo M. alla sede di Soleterre. Arriva trafelata, si scusa per il ritardo e ride nervosamente. Ha finito di lavorare prima del solito per venire a questo incontro del quale, è evidente, ha un certo timore. Il timore di dire la cosa sbagliata, una frase compromettente. Il timore di vedere la propria fiducia tradita. Con lo sguardo cerca ripetutamente Cecilia Rivera, la mediatrice culturale che ci assiste in questo racconto: si guardano ed M. si sente rassicurata ma le frasi, all'inizio, le escono con fatica. È come se non riuscisse a prendere il ritmo. Ho la sensazione che preferirebbe essere altrove, ovunque. E invece, mi sbaglio. Rivivere tutta la propria esperienza migratoria, per lei, è un dolore che si rinnova. In forma diversa dal primo sbarco in Italia. In misura diversa dal momento del ricongiungimento. Ma ancora ne porta i segni. M. viene da El Salvador, fa un numero imprecisato di lavori, attraversando in lungo e in largo Milano per raccogliere i soldi con cui consentire ai figli di studiare e vivere dignitosamente e a sé e al compagno di sopravvivere. Lui, C., è disoccupato, non disdegna qualche bevuta di troppo, a volte minaccia di andarsene, ma vuole profondamente bene a M., ai loro figli. Che questa famiglia si riunisse l'ha fortemente voluto anche lui. Andare con ordine è praticamente impossibile. I ricordi di M., nella concitazione, si sovrappongono: Cecilia ci aiuta a inquadrarli cronologicamente. Con il passare dei minuti questa mamma salvadoregna così educata si apre di più, lascia che l'emotività del racconto esondi. È curioso come le sue risposte siano, a loro volta, delle domande. Non certo destinate a me, e nemmeno a Cecilia, quanto, piuttosto, a se stessa. Perché lasciare due figli per venire in Italia, non vederli per 7 anni, e avere la forza di tenere fede alla promessa che «la prima cosa che faccio una volta ottenuto il permesso di soggiorno è tornare a trovarli» non è per tutti. Lei però lo ha già fatto. Non arriva a 30 anni e la sua vita ha già conosciuto dolori difficili da sopportare e gestire. Ma a volte bisogna essere forti. Quando non sa come andare avanti con il discorso, M. ripete, come a giustificarsi: «Sapete, sono stanca». C'è da crederle.

La sua storia migratoria è iniziata nel 2002 quando si è fatta convincere a lasciare El Salvador: dietro di lei, un compagno e due figli ancora piccoli; davanti: l'Italia. Dopo due anni la raggiunge il compagno. Il loro incontro in aeroporto è tragicomico: C. arriva da El Salvador via Spagna e all'aeroporto italiano in cui sbarca viene fermato alla dogana per dei controlli proprio quando M. lo stava per riabbracciare. «Quando ho visto che lo portavano via ho nascosto la mano con cui mi sbracciavo per farmi vedere da lui». Troppo tardi. Ci deve essere in atto un'operazione anti-clandestini. Anche M. viene portata in una stanza dell'aeroporto e minacciata di sequestro del passaporto: lei non ha ancora il permesso. Lui intanto se l'è cavata: ha la dichiarazione di una sua parente che testimonia di essere pronta a prenderselo in carico. M. invece non ha nessuno. Alla fine, però, la lasciano andare. Il tempo passa e M. "buca l'appuntamento" con decreto-flussi e sanatorie. Siamo nel 2009. Sono passati 7 anni dall'ultima volta che la donna ha visto i suoi figli: in mezzo, qualche telefonata e tanti pensieri. M. entra in contatto con "Soleterre" facendosi assistere nella parte legale del procedimento e nella fase successiva a cui dà il proprio contributo anche il suo datore di lavoro. Dato che ha dei figli a Chalatenango, insieme alla presentazione del servizio le viene prospettata la possibilità della comunicazione transnazionale. Seguito un corso di informatica, in attesa dell'agognato permesso di soggiorno, M. vede tramite Skype i suoi figli per la prima volta. Ad agosto 2010 l'idea di realizzare il ricongiungimento diventa più concreta: si intensificano i colloqui congiunti con legale e psicologa nonché il monitoraggio della mediazione interculturale. Il problema vero è che la donna sottovaluta il peso degli aspetti pratico-burocratici e, soprattutto, quello dei contraccolpi emotivi di questo tipo di percorso: intanto l'equipe in El Salvador affianca i tutori dei bambini (gli zii) che stanno riscontrando qualche difficoltà di apprendimento a scuola. Sono tutti segnali di una situazione poco chiara, anche nel rapporto con i genitori che loro credono uniti e felici...

È il mese di dicembre del 2010 quando M. sale sull'aereo che la riporta a casa e ancora nella sua testa non si è completamente fatta strada l'idea sull'opportunità di riportare i suoi figli in Italia. Il compagno, intanto, rimane in Italia e per la prima volta accetta di partecipare alle videochiamate con i figli: chi ha assistito all'incontro virtuale parla di un momento sinceramente emozionante. Intanto M. si ritrova a essere mamma per una seconda volta e si rivela ben più difficile della prima: la separazione li ha resi distanti. È come se non la riconoscessero come genitore. Per questo lo staff di Soleterre in El Salvador aiuta e sostiene il percorso di M.: da un lato c'è gestire l'emotività della situazione, dall'altra mandare avanti la documentazione per il ricongiungimento. Già, perché nel frattempo la decisione è maturata: «Non me ne sarei andata da lì senza di loro, non potevo permettermelo. Li avrei persi per sempre». Il tempo stringe, la data del rientro è già stata fissata ma la burocrazia può rendere tutto molto più faticoso del lecito. Dall'Italia, C. dà il suo contributo: si prodiga per far arrivare tutte le firme e i documenti necessari a completare il ricongiungimento. A febbraio 2011, chiesta e ottenuta una proroga dai suoi datori di lavoro italiani, M. torna in Italia. «Sul volo di ritorno non ci potevo credere. Quando mio figlio più piccolo ha visto le luci della città dall'alto non smetteva di ripetermi "Perché non ci hai portato qui prima"?». I giorni successivi sono un turbillon di pratiche da sbrigare di cui C. si fa carico con partecipazione. M. Invece affronta la difficoltà del non riconoscimento da parte dei figli. Intanto i bambini cominciano i rispettivi inserimenti scolastici e regolarizzano la loro posizione: certo, a loro mancano i cuginetti e gli zii, ed è il motivo per cui si decide di estendere il progetto delle videochiamate. A novembre 2011 una parte significativa dei tasselli del puzzle trova compimento: la coppia si presenta con i permessi di soggiorno dei figli dopo aver trovato una nuova casa e aver accettato di lasciare i figli nella scuola in cui avevano iniziato a integrarsi. Certo, C. non ha ancora il permesso di soggiorno e ci ha messo del suo non partecipando al percorso disegnato su misura per lui da Soleterre. Ma tant'è. Oggi, per ora, nonostante tutto. Sono tornati a essere prossimi (ri)congiunti.

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