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La storia di Stefano Cucchi nelle parole del padre

In occasione della presentazione alla Mostra del cinema di Venezia di Sulla mia pelle, il film che rievoca il tragico caso giudiziario, riproponiamo l'intervista realizzata nel 2014 al padre del ragazzo.


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Stefano con il berretto da Babbo Natale, sorridente davanti all’ albero. Stefano con la tuta. Stefano che abbraccia la mamma. Stefano con la sorella e i nipoti. Stefano da bambino, con il berretto da lupetto degli scout. Stefano con la torta di compleanno dei suoi 30 anni. Ne sarebbe passato solo un altro ancora prima della sua morte. Le foto appoggiate sul tavolo di lavoro dove il giovane Cucchi provava i disegni da geometra («Anche se gli piaceva di più andare per cantieri», ricorda il suo collega di stanza) rimandano i flash di una vita “normale”. Forse appena più sofferente di quella di tanti altri ragazzi. Un incontro con la droga, poi il percorso di recupero, dal 2004 al 2007, con la Comunità del Ceis di don Mario Picchi. «Stefano si era rimesso in piedi, aveva cominciato a lavorare con soddisfazione, veniva volentieri con tutta la famiglia alle gite, era contento della nascita dell’ ultimo nipote. Certo, so bene che la droga, per chi c’ è passato, può restare una tentazione e so che mio figlio ha fatto i suoi sbagli. Ma ha sempre pagato. Avrebbe pagato anche questa volta, se gliene avessero lasciato il tempo».

Il papà Giovanni è appena rientrato dall’ incontro con il presidente del Senato Pietro Grasso. «Per noi è stata una sorpresa positiva sentire dire, per la prima volta da un uomo delle istituzioni, che chi sa deve farsi avanti. Lo abbiamo sentito molto vicino e pensiamo possa fare tanto per sensibilizzare tutti a prendere coscienza della situazione, per far sì che la verità venga finalmente fuori». Perché per la morte di Stefano Cucchi, il 22 ottobre 2009, avvenuta mentre era in custodia cautelare, non ci sono ancora colpevoli. E dopo la sentenza del 31 ottobre che, in appello, ha mandato assolti i dodici imputati – medici, infermieri e agenti di custodia – tutti si chiedono come sia possibile che un ragazzo entri in carcere vivo e si ritrovi, sette giorni dopo, sul tavolo di un obitorio.

IL VOLTO DI CRISTO

«Aveva una macchia sotto lo zigomo destro, la mandibola storta, un bozzo enorme sotto il sopracciglio sinistro; e poi gli occhi, il sinistro sembrava uscito dall’ orbita, il destro pesto e incassato verso l’ interno», racconta la sorella Ilaria nel libro scritto con Giovanni Bianconi Vorrei dirti che non eri solo (Rizzoli).

«Quell’ immagine non ci lascerà mai», aggiunge il papà Giovanni ricordando quelle tragiche ore del 22 ottobre di cinque anni fa. Sul tavolo della scrivania, sotto un sasso con dipinto il volto di Cristo, c’ è il certificato di morte del figlio. Davanti le foto dei momenti felici con la famiglia, il suo tesserino da geometra «di cui era tanto orgoglioso». «In questo studio c’ è cresciuto», racconta il padre indicando le macchinine con cui giocava da bambino, il suo cappello di paglia «comprato chissà dove».

È un uomo forte, il papà di Stefano. Che continua a chiedersi, con la moglie Rita e con la figlia Ilaria, «il perché di quello che è successo. Non è possibile non sapere dopo tanti anni, non avere risposte. Ci sono stati, nei confronti di nostro figlio, una sciatteria e un cinismo incredibili. Stefano è entrato all’ ospedale Pertini già con una brachicardia che doveva far scattare l’ allarme dei medici. Brachicardia che ha avuto origine da percosse che hanno causato anche fratture spinali».

La vita di Stefano finisce in pochi giorni. Dopo il fermo, la notte tra il 15 e il 16 ottobre per il possesso di circa 30 grammi di droga, viene portato in tribunale per la convalida dell’ arresto. Affidato alla polizia penitenziaria mostra ecchimosi sulle palpebre e altre contusioni di cui si accorge il medico del tribunale. Il giorno stesso, dopo qualche ora nel carcere di Regina Coeli, viene ricoverato al Fatebenefratelli dove gli riscontrano ulteriori lesioni. Ma torna in carcere alle 23. Il giorno dopo, il 17 ottobre, un nuovo ricovero all’ ospedale Pertini con i familiari che, invano, tentano di parlare con i medici. «La mattina del 22 ero ancora in giro per tribunali per ottenere il permesso di vedere nostro figlio. Mia moglie e mia figlia Ilaria mi hanno chiamato per dirmi di tornare a casa, che non serviva più». Alla porta dell’ appartamento, nello stesso stabile dello studio, un carabiniere aveva appena bussato per chiedere l’ autorizzazione per l’ autopsia.

IL CONFORTO DEI NIPOTINI

«La nostra vita si è fermata lì. Ci hanno distrutti sia psicologicamente sia moralmente. Sopravviviamo per merito dei nostri nipoti, Valerio e Giulia, di 12 e 6 anni. Loro sono il nostro futuro. Cerchiamo di farcela per loro. Ma anche per la memoria di nostro figlio e per tutti coloro che, come lui, subiscono ingiustizie. In questi anni ci siamo resi conto che il caso di Stefano è solo la punta di un iceberg».

Per questo tutta la famiglia è intenzionata a non fermarsi: «Tenteremo tutte le strade nelle istituzioni nazionali e, se non otterremo giustizia, andremo anche alla Corte europea. È impensabile che si possa morire in questo modo mentre si è sotto la custodia dello Stato e che nessuno ne abbia la responsabilità ». Ilaria è la più battagliera «e sostiene anche noi genitori, ma è tutta la famiglia che vuole portare avanti questo impegno per la giustizia. Anche la querela del Sappe nei suoi confronti, fa capire che, in fondo, forse c’ è qualche timore della verità». Lo dice con tono pacato, Giovanni Cucchi, «aggrappandosi ai progetti che abbiamo, in particolare al centro per tossicodipendenti ed ex carcerati che vorremmo fare con il Ceis in un nostro casale di famiglia vicino Tivoli, per far lavorare queste persone sfortunate che devono reinserirsi nella società. E dimostrando anche il nostro attaccamento alle istituzioni. Siamo cittadini italiani e crediamo nello Stato e nella giustizia. La battaglia che stiamo combattendo non è contro qualcuno, ma in difesa dei diritti di tutti. E siamo contenti che qualcosa si stia già muovendo».

In particolare papà Giovanni è soddisfatto «perché è scomparsa quell’ assurda norma che impediva ai familiari di parlare con i medici senza l’ autorizzazione del magistrato. C’ era un protocollo d’ intesa tra Asl e Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria) che ci ha impedito il colloquio con i medici. In quei giorni in cui Stefano è stato ricoverato al Pertini abbiamo fatto di tutto per metterci in contatto, ma senza riuscirci. Oggi sappiamo che altri genitori nelle nostre condizioni possono essere rassicurati sullo stato di salute del figlio e collaborare con i medici per le cure. E poi c’ è anche più attenzione, grazie anche al clamore mediatico, nel momento in cui una persona viene fermata. Certo, sono piccole cose, ma impedire che possa accadere ad altri quello che è successo a Stefano è per noi il modo migliore di ricordarlo».

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