Sostegno a distanza: è passata la linea "usa e getta"

Può la solidarietà diventare un bene di consumo? Se lo domanda Ai.Bi. alla luce degli ultimi, allarmanti, dati Eurisko: gli italiani hanno perso fiducia

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Quando la crisi diventa un alibi. Certo, gli italiani non navigano in buone acque, sono sempre di più le famiglie che faticano ad arrivare a fine mese eppure i numeri del volontariato rimangono costanti, addirittura in crescita. Qualcosa, però, non torna: il Paese dimostra di essere solidale, compatibilmente con le necessità, eppure ha smesso di sperare. Di credere. Almeno per quello che concerne il Sostegno a distanza. Capire le ragioni di questa disaffezione alla luce degli ultimi dati presentati dall'Eurisko è l'obiettivo di Ai.Bi., organizzazione non governativa schierata dalla parte dei bambini in ogni angolo del mondo, in particolare là dove l'emergenza dell'abbondo è più sentita.

Il tempo delle domande sta per scadere. Anzi, forse è già scaduto. Ora servono risposte, concrete ed efficaci per trovare una via d'uscita, una strada che permette al Sostegno a distanza di sopravvivere a una crisi che, sulla base del materiale raccolto, è di valori ancor più che di denaro. L'allarme lanciato da Ai.Bi, non lascia spazio a interpretazioni: è secco e arriva subito al nocciolo della questione perché l'interrogativo da cui tutto ha origine è come mai il Sad si sia entrato nel vortice del consumismo usa e getta come fosse un vestito firmato o un paio di scarpe alla moda.  

Marco Griffini, presidente Ai.Bi., non fa tanti giri di parole: «Altro che crisi politica! C'è una crisi ben più grave, profonda e irreversibile: quella della solidarietà». Curiosa la tempistica della denuncia: proprio nel giorno in cui si decide il destino del Governo e il tiro al bersaglio a deputati, senatori e ministri è diventato ufficialmente sport nazionale trasversale, c'è chi si assume le proprie responsabilità e richiama i "colleghi" alle loro. «Stiamo perdendo la fiducia degli italiani, la loro disponibilità alla solidarietà, il loro impegno a fare rete. - prosegue Griffini - E non si dica che la colpa è dell'emergenza economica o istituzionale. La colpa è di chi non ha mantenuto le promesse, di chi ha snaturato il Sostegno a distanza, trasformandolo in un mercato, in una caccia ai fondi, in un prodotto usa e getta, senza garanzie e senza trasparenza, anziché unsa relazione profonda e affettiva di aiuto e cooperazione. Che fine faranno i nostri bambini? Che ne sarà dei 168 minori abbandonati e i tanti progetti che il Sostegno supportava?». 

La domanda è inquietante, anche perché le scusanti sono davvero poche: infatti il Sad non vive nell'anonimato dato che il 98% degli italiani lo conosce, 1 milione e 500mila famiglie ha un sostegno attivo, 2 milioni e 300mila lo hanno fatto almeno una volta in passato.   

La durata media di un sostegno nel nostro Paese è di tre anni e mezzo, le donazioni mensili ammontano a 23 euro. Il 71% dichiara di non avere intenzione di sostenere in futuro, prossimo o venturo, aluna adozione a distanza per mancanza di fiducia (48%), perché preferisce aiutare gli altri in maniera differente (38%), perché la reputa una truffa (7%).

Cosa fare dunque? La richiesta di ben più della metà (61%) è: più trasparenza sulle attività dell’ associazione, più garanzie, maggiori informazioni su come vengono impiegati i soldi, mentre un drammatico 14% dichiara «Niente, ormai ho perso la fiducia».

Un dato però risulta confortante e indica la strada per il futuro: oltre il 90% degli italiani ritiene che sia necessaria una legge che regolamenti il Sostegno a distanza, controlli la gestione economica delle donazioni e l’ operato delle associazioni. Di qui l’ importanza di portare la discussione all’ attenzione non solo dell’ opinione pubblica, ma delle istituzioni e del Parlamento.

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