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«Noi e la Passione di Gesù: spettatori ostili, ottusi o abituali?»

L’ arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, celebra in Duomo la Domenica delle Palme: «Che sarà di quelli che assistono all’ evento ma non ne capiscono il significato, quelli che guardano e non vedono, o di quelli che sanno già come va a finire la storia, ma amano sentirsela raccontare di nuovo?»


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Pubblichiamo il testo integrale dell'omelia dell'arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, nella Domenica delle Palme celebrata in Duomo.

Gli spettatori che non sanno vedere.

Che sarà degli spettatori ottusi? Che sarà di quelli che assistono all’ evento ma non ne capiscono il significato, quelli che guardano e non vedono, quelli che si trovano dentro il dramma, sulla scena, e si comportano come se fossero in platea; quelli sentono dire le parole e le ascoltano come se fossero racconti della vita d’ altri e non si rendono conto che sono rivolte a loro, che c’ è chi li sta chiamando; quelli che si comportano come se fossero alla finestra a guardare quello che avviene in strada e non s’ accorgono d’ essere invece su una nave che sta solcando il mare? Che sarà degli spettatori che sono come i discepoli: sul momento non compresero queste cose (Gv 12,16).

Che sarà degli spettatori ostili? Che sarà di quelli che seguono il personaggio in attesa del momento opportuno per aggredirlo; quelli che ascoltano le parole per cercare la bestemmia che consenta la condanna; quelli che osservano i gesti della compassione per spiarvi la trasgressione; quelli che schedano i presenti, gli amici, i beneficati per denunciare i complici e denunciare una congiura? Che sarà di quelli che stanno vicino a Gesù e ai suoi amici come quei capi dei sacerdoti che allora decisero di uccidere anche Lazzaro, perché molti dei Giudei se ne andavano a causa di lui e credevano in Gesù (Gv 12,10-11).

Che sarà di noi che forse non ci riconosciamo negli spettatori ostili e neppure negli spettatori ottusi, ma siamo piuttosto gli spettatori abituali, quelli che sanno già come va a finire la storia, ma amano sentirsela raccontare di nuovo; quelli che hanno già capito e non si aspettano sorprese; quelli che hanno provato tempo fa un fremito di emozione e si aspettano che li attraversi ancora quella commozione che è insieme struggente e confortante, come la rassicurante constatazione di essere ancora capaci di buoni sentimenti; quelli che hanno interiorizzato la persuasione di non poter mancare, come a un adempimento doveroso e sufficiente per sentirsi a posto con la tradizione di famiglia.

Tutte le cose … per mezzo di lui e in vista di lui (Col 1,16).

Coloro che assistono al dramma come spettatori ottusi, come spettatori ostili, come spettatori abituali sono condotti tutti fino al momento in cui Gesù fu glorificato. Allora si spalancano i cieli e gli abissi, allora l’ universo intero è scosso in modo inaudito, come se avvenisse il contrario di quello che avviene durante il terremoto.

Il terremoto fa crollare le case e i palazzi e i templi, invece Gesù glorificato riedifica; il terremoto semina il panico, Gesù glorificato diffonde la pace, avendo pacificato con il sangue della sua croce le cose che stanno sulla terra e quelle che stanno nei cieli (Col 1,20); il terremoto crea un frastuono di morte, Gesù glorificato suscita un cantico di esultanza: esulta grandemente, figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme (Zc 9,9); il terremoto rende pericolose le cose che si danneggiano le une e le altre, Gesù glorificato riconcilia tutte le cose così che siano di vicendevole giovamento; il terremoto fa scappare, Gesù glorificato raduna i molti perché siano un cuore solo e un’ anima sola; il terremoto fa morire, Gesù glorificato è il primogenito di quelli che risorgono dai morti (Col 1,18).

Non spettatori, convocati, conglorificati, riconciliati.

Noi siamo così coinvolti e raggiunti dalla gloria del Signore da essere resi partecipi della vita del primogenito. Non siamo spettatori che assistono a una emozionante sacra rappresentazione, ma uomini e donne mortali che siamo rivestiti di immortalità, avvolti dalla gloria del Risorto, conformati al Figlio per essere in verità figli, membra del corpo di cui Cristo è il capo, cioè la Chiesa.

La celebrazione della Pasqua del Signore è quindi la grazia offerta a tutti, da qualunque posizione uno parta, tutti sono convocati per essere conglorificati, anche gli ottusi, anche gli ostili, anche gli abituali. La grazia che ci convoca opera nei sacramenti che rendono possibile partecipare della vita di Gesù. Allora diventa possibile avere gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, amare come lui ha amato, dare la vita in memoria del suo sangue versato, diventare uomini e donne di pace perché riconciliati dal sangue della sua croce.

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