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Senza giovani l'Italia non riparte

Per l'economista Luigino Bruni qualche decimale in più di Pil non significa ripresa. Il nostro Paese è "vecchio e sazio", serve una grande piano per l'occupazione giovanile


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L’ economista Luigino Bruni, docente alla Lumsa e tra i maggiori studiosi del Terzo Settore e dell’ economia sociale di mercato, consulente di papa Francesco sui temi della dottrina sociale della Chiesa, non è molto sorpreso dagli ultimi dati economici sul Pil e sulla produzione industriale, che indicano a sorpresa accelerazioni incoraggianti.

I dati sulla crescita economica sembrano essere incoraggianti. L’ industria è passata dallo 0,7 per cento di maggio all’ 1,1 di giugno. Siamo alla vigilia di una ripresa vigorosa?

“Questo è un tipico esempio dove dire “dipende” ha un senso: la crescita del Pil non assicura assolutamente una diminuzione della povertà, che in Italia è in aumento. Il Pil ha 80 anni di vita, è nato nel Novecento, con l’ economia fordista. Oggi, in epoca di economia digitale, uno 0,5 per cento in più non indica assolutamente nulla. Potrebbe nascere dalla crescita del gioco d’ azzardo, della produzione di armi, da speculazioni finanziarie. Un tempo un aumento del Pil corrispondeva a un aumento della ricchezza delle persone, oggi non più. Oggi chi si arricchisce non sempre diffonde ricchezza tra i suoi dipendenti e il sistema e l’ indotto che genera è solo su titoli sofisticati della finanza. Inoltre il divario tra Sud e Nord Italia è sempre maggiore. Insegno anche alla Lumsa di Palermo e avverto con cognizione di fatto la dimensione di quello che sta accadendo. E’ persino tornata l’ immigrazione interna degli anni Sessanta e Settanta che porta i giovani dalle città del Mezzogiorno verso i centri del Settentrione”.

Dunque il Prodotto interno lordo è da buttare?

“Teniamolo, ma arricchiamolo con indicatori molto più sofisticati che spieghino bene lo stato delle cose.  Che è quello di un Paese vecchio, sazio, senza prospettive per le nuove generazioni. Me ne accorgo soprattutto quando torno dall’ estero, dal Brasile, dall’ Argentina, da altri Paesi del primo, del secondo o del terzo mondo. In Argentina ho fatto scuola di formazione a giovane con meno di 30 anni. Metà di loro erano già imprenditori. In Italia sarebbe inconcepibile”.

 Quale rimane la priorità economica per il nostro Paese?
“In Italia la grande zavorra resta la disoccupazione giovanile. E’ un dramma sociale e umano. Quando i giovani non lavorano non diventano adulti, perché il lavoro a quell’ età è l’ esperienza umana più importante insieme al matrimonio. Anche le imprese ne risentono. Perché i giovani sono le cellule staminali delle aziende: infondono creatività, innovazione, nuove energie. Papa Francesco ha ricordato che un Paese che tiene fuori i giovani e fa lavorare gli anziani è un Paese stupido. Proprio come facciamo noi italiani che teniamo fuori i neolaureati e spremiamo fino all’ osso gli anziani facendoli andare in pensione sulla soglia dei 70 anni”.

Di che cosa abbiamo bisogno per risolvere questo grande problema?

"Dovremmo creare una grande ospitalità economica”.

Come si coniuga l’ ospitalità con l’ economia?

“L’ ospitalità è una grande categoria dell’ Occidente. Risale alla Grecia antica, al cristianesimo delle origini. E’ qualcosa di sacro, come dice San Paolo”.

Oltretutto non pare un grande momento in Italia per l’ ospitalità…basta vedere quel che sta accadendo in tema di immigrazione e di accoglienza.

“Non parlo solo di ospitalità verso gli stranieri e i migranti ma anche verso i nostri figli. Dovrebbe essere un grande valore aziendale. I giovani andrebbero “ospitati” nelle aziende. Parlo di ospitalità lavorativa, naturalmente, e non di sfruttamento, perché tu un giovane lo devi remunerare. Al Paese serve un piano globale sugli under 30, non solo a carico delle imprese ma dello Stato, perché un giovane è un bene pubblico. Dopo gli studi servono due o tre anni per imparare il mestiere. I grandi Paesi emergenti, come in Asia e in India, lo stanno facendo. Attualmente il sistema-Paese non è a misura di giovani. Se vogliamo dare risposte serie alla crisi dobbiamo inventarci un piano molto più robusto”.

I provvedimenti annunciati dal governo come la decontribuzione per chi assume i giovani non vanno in questa direzione?

La decontribuzione un po’ lo è. Ma se poi, come è accaduto finora, si danno facilitazioni ai neoassunti per tre anni e poi si licenziano alla fine creiamo un sistema non sostenibile e ingiusto.E’ impressionante il numero dei lavoratori che dopo un triennio, cioè quando sono finiti i contributi statali, sono stati mandati a casa. I provvedimenti non devono durare il tempo dell’ annuncio. Devono andare oltre le elezioni e il ciclo politico”.

Quali prospettive può avere l’ Italia in questo momento?

“Un tema enorme è il tema della scuola. L’ alternanza scuola-lavoro è un’ importante operazione. Ma sono convinto che dovremmo investire molto di più nelle scienze umane. In un mondo dove la tecnica e l’ informatica dominano l’ unico modo per difenderci, per salvare la nostra libertà e la coscienza è un forte investimento in scienze umane”.

Le scienze umane a parte l’ insegnamento e pochi altri mestieri non danno da vivere.

“Non è tanto vero. Un mio amico che ha uno studio di consulenza aziendale ha appena assunto un laureato in archeologia, uno in letteratura antica e uno in teologia. Le imprese sono molto laiche: se vedono che uno è sveglio, che ha una visione, che è colto e creativo, lo assume. Bisogna ridare ai giovani strumenti umanistici per fare vera innovazione. Spesso l’ innovazione nasce dalla bellezza, dall’ arte dalla cultura e non da centinaia di “power point” proiettati ai corsi di economia aziendale”.

 

 

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