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Ora anche cinquantenni e famiglie: via da questa Italia che non dà lavoro

Prima erano soprattutto giovani e professionisti in cerca di carriera a fuggire all'estero. Ora si aggiungono disoccupati 50enni e famiglie, anche allargate. La novità è che Londra e le isole britanniche (e non c'è Brexit che tenga) battono la Germania, la più gettonata negli anni scorsi. Tra le figure più richieste nel Nord Europa spiccano gli infermieri, ricercatissimi negli ospedali inglesi


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Più di 339 al giorno: tanti sono gli italiani che nel 2016 hanno fatto le valigie dicendo addio al Belpaese. Totale, 124.024 espatriati.

Lo rivela la Fondazione Migrantes nel suo ultimo Rapporto Italiani nel Mondo: un numero impressionante, che rappresenta il 15,4 per cento in più rispetto al 2015. Già due anni fa l'Eures, il portale della Commissione europea per la mobilità professionale, collocava gli italiani al primo posto fra i cittadini europei disposti a trasferirsi all’ estero per trovare lavoro (29.594 candidati), seguiti da spagnoli e croati. L'esodo dalla Penisola era di oltre 102mila emigrati (Istat): comprendeva ragazzi e professionisti in cerca di impiego e di carriera, e perfino pensionati attratti da welfare e migliore qualità della vita. Oltre che da tasse più leggere. Poi, frotte di imprenditori in fuga da carte bollate e, pure loro, dalla pressione fiscale.
Adesso si sono aggiunti disoccupati rimasti senza lavoro tra i 50 e i 64 anni (9,7 per cento) e sono aumentate le famiglie, anche allargate, con genitori over 65 divenuti accompagnatori nei progetti migratori dei figli (5,2 per cento del totale). Più del 20 per cento dei nuclei familiari che hanno cancellato la residenza dall'Italia è tuttavia di giovane età, spesso con bambini al di sotto dei dieci anni (12,9 per cento).

Il Regno Unito, Terra promessa dei creativi

Protagonisti della nuova emigrazione italiana sono ancora una volta gli under 40, con oltre il 39 per cento di persone fra i 18 e i 34 anni che hanno salutato la Penisola negli ultimi mesi. Questo spiega, almeno in parte, il fatto che il primato assoluto su tutte le destinazioni, fra le quali Svizzera e Francia, l'abbia avuto il Regno Unito, da sempre meta formativa numero uno e prediletta da chi cerca un'occupazione consona ai propri studi. Già nel 2014 fra i sudditi di Sua Maestà c'era stato un exploit incredibile di nostri espatriati – ben più 71 per cento rispetto al 2013 –, che si sono catapultati a Londra al ritmo di duemila al mese.

La vera novità, in una Europa che continua a essere il continente più gettonato, è che i trasferimenti nelle Isole Britanniche abbiano superato ora quelli in terra germanica, in pole nel 2015. “Negli anni passati, tra le due destinazioni c'è stato un testa a testa continuo, con differenze minime”, spiega Delfina Licata, curatrice del Rapporto di Migrantes. “I motivi del netto sorpasso inglese del 2016 sono ancora da indagare ma un'incidenza del fattore Brexit sembra plausibile: nella situazione di incertezza attuale, essere in regola anche con lo Stato di provenienza iscrivendosi nei registri dell'Aire - Anagrafe italiani residenti all'estero, può far aumentare la possibilità di restare in territorio britannico”.

C'è poi il fascino che Londra esercita sulla “nuova mobilità”, più creativa, e “per le professioni artistiche, attirando a sé pittori e musicisti”, prosegue l'esperta. E vuoi mettere la floridissima piazza londinese con la capitale tedesca “povera ma cool”, come un suo sindaco l'ha definita tempo fa?

Tra le figure più richieste nel Nord Europa – laureati in discipline tecnico-scientifiche, medici, tecnici, operai specializzati e artigiani – spiccano gli infermieri, e in questo caso le presenze italiane predominano fra le corsie del Regno Unito perché è lì che c'è maggiore scarsità di personale. La lingua, poi, è meno complicata da imparare rispetto all'idioma di Goethe, oltre che più rivendibile nel resto del mondo.

Germania: "chiusa e ostile"

“Lo scoglio linguistico è soltanto uno dei problemi che riscontrano gli italiani in Germania”, sostiene Clorinda De Maio, professionista che lavora da anni nei nosocomi berlinesi. Nel suo settore, come in molti altri, è un elemento determinante in quanto “senza un livello B2 non si ottiene l'abilitazione per esercitare e si finisce per essere demansionati, nonostante la laurea, rispetto ai colleghi tedeschi che hanno in mano solo un titolo di scuola professionale. La maggior parte di chi arriva non si risparmia comunque sul lavoro e non riuscendo ad esprimere le proprie potenzialità, né a comunicare con gli altri, dopo un po' si domanda “chi me lo fa fare?.

Tramite il gruppo Infermieri Italiani a Berlino, che ho creato su Facebook tempo fa, ho visto tornare a casa circa il 70 per cento dei miei connazionali malgrado la possibilità di avere qui un'indipendenza economica”, racconta. E ovviamente chi rimpatria non diffonde una buona pubblicità per la Repubblica federale. “In generale, c'è innanzitutto una mancanza di informazione: mentre per l'Inghilterra qualsiasi cosa è reperibile su Internet e una conoscenza di base dell'inglese ce l'hanno tutti, senza padronanza del tedesco non si ha accesso a molti dati su vita e lavoro in Germania che vanno conosciuti prima di trasferirsi. Tanti si trovano male con la scuola dei figli, per esempio, perché può capitare che manchino piani didattici inclusivi”.

Anche in una megalopoli dalla mentalità aperta come Berlino, poi, non è così scontato trovare persone disponibili a parlare in inglese, di solito la lingua di riferimento per i nuovi arrivati. “Nelle aree dell'ex DDR, va aggiunto che il sentimento di nazionalismo crescente fra la popolazione, vedi l'avanzare di Pegida e altri movimenti di estrema destra, sta creando un clima di ostilità verso chiunque provi ad inserirsi dall'estero, per cui può succedere di trovare abitazioni che non si affittano agli stranieri, di qualunque provenienza, e altre barriere del genere”, puntualizza l'infermiera. “Anche questo, unito alle differenze culturali, rende tutto più difficile”.

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