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Segretaria o segretario? Diamo tempo al tempo

Alla Camera un gruppo di donne ha fatto ricorso contro l'imposizione politicamente corretta di chiamarsi "segretaria" e "consigliera", anziché "segretario" e "consigliere". Hanno ragione loro o il regolamento? Alla linguista Valeria Della Valle la sentenza.


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Segretaria o segretario. Consigliera o consigliere. Questo è il problema o almeno così sembra, a giudicare dal dibattito in corso alla Camera. Un regolamento vuole imporre alle donne in quei ruoli la declinazione al femminile. Un gruppo tra le interessate si è ribellato e ha fatto ricorso: chiede di continuare a chiamarsi “segretario”, perché “segretaria” evocherebbe nell’ uso corrente un ruolo subalterno. Chiedono di proteggere, se non sé stesse, la privacy dietro il neutro della funzione.

La questione è annosa tocca la lingua, la sociologia, il tetto di cristallo che ancora impedisce alle donne di scalare alla pari i ruoli di vertice. Circolare e ricorso, nelle loro certezze, evocano un contrasto manicheo: tutto di qua o tutto di là, l’ abitudine, l’ uso quotidiano della lingua italiana ci raccontano, invece, una realtà sfumata di sensibilità diverse e soggettive, di coesistenze linguistiche che, nell’ uso, le riflettono, nell’ attesa che l’ orecchio si abitui, ammesso che davvero accada.

Un po’ per riflettere su dove stiamo andando come lingua e società, un po’ per capire dove stiano in questa querelle il giusto e l’ ingiusto della lingua italiana, abbiamo chiesto a Valeria Della Valle, docente di Linguistica alla Sapienza, di giocare a emettere sentenza sulla questione.

Professoressa Della Valle (a proposito di titoli entrati nell’ uso), si può condizionare dall’ esterno il corso storico di una lingua?

«Condizionare dall’ esterno è sempre rischioso perché può suscitare reazioni di rigetto. È molto difficile proporre imposizioni che vanno nella direzione della soppressione di una parola per sostituirla con un’ altra. Premesso questo, in questo caso non parlerei di politica linguistica, come fu per il fascismo (a favore del “voi” o contro i forestierismi ndr.), ma di un tentativo di risolvere una volta per tutte la questione dei nomi di professioni o ruoli usati al maschile anche per le donne. L’ intento è nobile e fin qui ha avuto anche un certo successo, va detto però che si tratta di un successo non determinato dall’ imposizione dall’ alto ma dal consenso dei parlanti».

Quando una donna dice di sé «faccio il medico»¸ «faccio il magistrato» sta menomando, linguisticamente, in qualche modo la propria funzione o il proprio essere donna o sta solo seguendo una tradizione?

«Faccio l’ esempio di “avvocata”. I linguisti lo suggeriscono, perché corretto, tanto più che la parola è antica, medievale: “avvocata” è titolo della Madonna e di alcune sante. Nello stesso tempo so con certezza che moltissime donne che esercitano questa professione desiderano essere chiamate “avvocato”. Molto modestamente dico: diamo tempo al tempo. Se le donne che esercitano quella professione avvertono nella versione femminile una sfumatura di diminuzione del ruolo, vuol dire che dovremo attendere perché il femminile prevalga nell’ uso comune. Nel caso di “segretaria” le donne, che hanno fatto ricorso alla Camera, adducono come spiegazione un’ aggravante: il fatto che “segretaria” nell’ uso corrente faccia pensare a un ruolo di subalternità, magari a un direttore maschio: ma l’ errore più che nella parola è forse nella considerazione che abbiamo della professione, senza contare il fatto che oggi non è affatto detto che il “direttore” non sia una “direttrice”».

Nel caso di "segretaria", però, nel parlar comune  il rischio di fraintendimenti esiste: se scriviamo “maestra” su un biglietto da visita, l’ uomo della strada penserà a una docente di scuola primaria, non a una direttrice d’ orchestra, così "segretaria" non fa pensare subito a una funzionaria della Camera.

«E infatti devo ammettere che non mi convincono molto le battaglie sulle barricate da una parte e dall'altra, la lingua non si sposta facilmente con i regolamenti e con i ricorsi. La società si abitua alle parole in uso e impara a distinguerle in base al contesto: oggi se uno parla della segretaria della Cgil nessuno dubita che si faccia riferimento al ruolo di vertice di Susanna Camusso, ma anche qui il problema s’ è posto all’ inizio. Si tratta appunto di abitudine. Diamo tempo al tempo: le segretarie in ruoli di alto livello aumenteranno e quella sfumatura di subalternità verrà progressivamente meno. La lingua segue la società: se la società si muove e fa progressi, la lingua si adegua; se società resta cristallizzata, la lingua fa altrettanto e non è probabile che si riesca a cambiare la sostanza delle cose, cambiando semplicemente le parole. Credo che ci voglia un equilibrio da tutti i punti di vista, anche perché le imposizioni linguistiche rischiano di innescare resistenza».

Proviamo a fare, invece, l'esempio di parole al femminile che si sono imposte nell'uso di recente: quali, come e perché stanno funzionando?

«Si tratta, come dicevo, di un fatto di consenso: sta arrivando per i ruoli che cominciano a impiegare un numero alto di donne, ma arriva sempre per gradi. Oggi leggiamo e sentiamo ovunque “ministra”, perché le ministre aumentano, nonostante la diffidenza iniziale secondo cui si diceva che era ridicolo, che somigliava a “minestra”. La stessa cosa sta accadendo con sindaca: c’ erano già tante donne nel ruolo, ma c’ è stato bisogno di due donne alla guida di due grandi città come Torino e Roma perché la parola si imponesse. Osservavo in queste settimane il caso di “prefetta”, poco usato finché il caso dello sgombero di piazza Indipendenza a Roma non ha fatto notizia. In quel momento qualcosa è cambiato: l’ ordine era firmato da una donna e i giornali hanno parlato tranquillamente di “prefetta”. Conosco anche persone che usano  "medica", ma in questo caso siamo molto lontani dall'affermazione, non è affatto detto che ci si arrivi».

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