Corea, venti di Guerra Fredda

Torna la tensione intorno al 38esimo parallelo. Ma potrebbero essere i primi segnali del disfacimento del regime dittatoriale maoista di Kim Jong-un.

Pubblicità

“Le minacce americane saranno annientate da mezzi di attacco nucleare più efficaci, piccoli, leggeri e diversificati. La spietata operazione delle nostre forze armate rivoluzionarie a questo riguardo hanno superato l’ esame e la ratifica finale”. Non è un documentario sulla Guerra Fredda, e nemmeno il remake del "dottor Stranamore", bensì un comunicato di poche ore fa della Kcna, l’ agenzia ufficiale di Pyongyang, che annuncia uno “spietato attacco nucleare”. Non è una farsa, né un annuncio da prendere sottogamba. Tanto è vero che  il Pentagono ha attivato il dispiegamento di batterie antimissili sull’ isola di Guam, nell’ Oceano Pacifico, a tremila chilometri dalle coste nordamericane, dove gli Stati Uniti hanno una base militare.

Il sistema si chiama Thaad, acronimo di Terminal high-altitude area defense battery, in pratica una rete di batterie anti-missile per difendersi da eventuali attacchi provenienti dalla Corea del Nord, che ha da poco riaperto il rettore nucleare di Yongbon. Anche il segretario americano alla Difesa Chuck Hagel ha dichiarato di prendere sul serio le minacce della Corea del Nord e ha esortato Pyongyang a metter fine alla sua pericolosa retorica. Naturalmente l’ epicentro di questa guerra fredda fuori stagione è il 38esimo parallelo. Le principali ripercussioni – come sempre -  riguardano le due Coree, protagoniste di una guerra dal 1950 al 1953, che provocò oltre due milioni di vittime. Pyongyang ha chiuso la celeberrima “oasi capitalista” di Kaesong, il complesso industriale in territorio nordcoreano dove operano decine di aziende del Sud che utilizzano manodopera a basso costo del Nord (unico punto di contatto tra i due Stati e proprio per questo termometro della crisi).

La Sudcorea, dal canto suo, ha annunciato di avere pronto un piano per proteggere i propri cittadini e le proprie imprese. Il tempo dirà se si tratta dell’ eco tardiva di una geopolitica del secolo scorso o se si tratta dei primi segnali del disfacimento di uno degli ultimi regimi dittatoriali di matrice comunista, quello della Repubblica Democratica Popolare di Corea (questo il nome ufficiale della Corea del Nord). Uno degli ultimi Stati al mondo con un sistema economico pianificato (e come conseguenza uno dei più alti tassi di povertà, carestia e malattie legate all’ infanzia) e il più basso livello di rispetto di diritti umani al mondo secondo Amnesty International. Come nei migliori scenari dei blocchi contrapposti, al centro dello scacchiere c’ è naturalmente la Cina, antica protettrice della Corea del Nord in funzione anti-americana.

I giornali giapponesi riportano voci di mancato appoggio del gigante cinese alle bizze della ditattura familista comunista iniziata con il “presidente eterno” Kim Il sung, continuata con il figlio Kim Jong-il, (il “caro leader” scomparso nel 2011) ed ereditata dal suo terzogenito Kim Jong-un. A Pechino in molti meditano di abbandonare l’ ultimo ditattorello di stampo maoista al suo destino, stufi delle sue continue provocazioni esterne miranti solo a recuperare autorevolezza politica all’ interno del suo regime. La diplomazia cinese sembra più orientata a nuovi rapporti con la più prospera e utile Corea del Sud. Se Pyongyang al momento dimostra di essere ancora immersa nella Guerra Fredda, Pechino è pienamente calata nell'epoca della globalizzazione, e ha altro cui pensare, a cominciare dai nuovi mercati di Seoul.

Il dittatore della Corea del Nord Kim Jong-un in posa nel suo quartier generale (Reuters).
Pubblicità