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Se lo stadio inneggia a un omicidio

Allo stadio di Garlasco tifosi evocano in un coro inqualificabile la morte di Chiara Poggi. Una vergogna, anche nostra.


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Allo stadio abbiamo sentito di tutto ed è un tutto che contempla svastiche e "devi morire", cui sarebbe opportuno non abituarsi. Ma, se nel contesto di una partita di calcio di campionato allievi (sedici-diciassettenni), a Garlasco, qualcuno intona un coro che inneggia all'omicidio di Chiara Poggi vuol dire che abbiamo fatto un altro passo verso il baratro dell'indecenza, anzi ci siamo proprio caduti dentro.

La risposta dei dirigenti del Motta Visconti, squadra ospite, - secondo quanto riferito dai giornali locali - sarebbe la solita: «Tifosi isolati». Non sappiamo chi siano, non sappiamo chi ci fosse a quella partita, ma sappiamo per certo che isolati non sono. Sono figli nostri, lo sono in un modo inequivocabile.

Basta tornare un attimo ai milioni di telespettatori e telespettatrici che hanno stazionato per mesi davanti alla Tv cosiddetta di infotainment, una brutta parola che mescola informazione e intrattenimento senza vederne più il confine, trasformando la morte di Chiara e la cronaca nera, con il suo corredo di dolore, di sospettati e di ammazzati ignari e incolpevoli della privacy negata ai morti, in un pessimo spettacolo che vede complici autori, inserzionisti e spettatori.

Basta alzare (o abbassare) le orecchie verso le parole del dibattito politico in corso che precipita con la deriva di un piano inclinato verso le elezioni amministrative del prossimo fine settimana. Un dibattito in cui: un ministro della Repubblica sdogana il turpiloquio per rifilare un epiteto volgare a un avversario politico, in cui un presidente del consiglio definisce la magistratura un «cancro da estirpare» e un sottosegretario rincara la dose definendo «metastasi» un singolo magistrato della medesima Repubblica, con tanto di nome e cognome. Nel giorno della memoria dedicato ai magistrati uccisi dal terrorismo e dalle mafie.

Ce n'è abbastanza per capire che Carlo Levi aveva ragione: le parole sono pietre e il Paese ne ha persa la misura. Stiamo lapidando cultura e senso civico, abbiamo dimenticato che ci sono luoghi e ruoli che chiedono parole consone per avere rispetto non si dice degli avversari, veri o presunti, e dei malati di cancro (non era scontato?), ma anche di sé stessi e della cosa pubblica che si rappresenta. (Vale anche per i colori sociali della squadra di calcio, vero Gattuso?).

Nessuno può chiamarsi fuori, non chi non sguazza nella cronacaccia, non chi non va allo stadio e non ha figli da mandarci, non chi non fa politica. Opinione pubblica siamo tutti e se tutti ascoltiamo assuefatti, senza un cenno di protesta, questa deriva ne diventiamo complici. E non vale il giochino di togliere l'audio per darsi la scusa di non aver sentito.

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